Belle donne gratis a Milano

Da qualche settimana giro per casa con la mia prima copia di Satelliti.

Sono stampe su singola pagina, rilegate da me con una corda da pacchi e con la colla a caldo, tenuta insieme dallo scotch da pacchi.

Dovrebbe essere la copia da correggere con attenzione, su cui limare i dettagli, sfumare, studiare, osservare.

E’ diventata una specie di coperta di Linus, che mi porto in giro per casa, la metto sulla pancia mentre sono sul divano e penso a nuovi racconti, oppure mi immagino le storie che ho scritto.

Mi piace leggere ad alta voce, e cambiare tutto, se non mi piace il suono delle storie.

A casa da solo, in soggiorno, mi metto davanti alla libreria e leggo i miei racconti. Poi, per non scappare, leggo Carver, o Bukoski, o Nievo, a caso. E sento la musica diversa.

E allora mi siedo, e con una penna blu, taglio e cucio intorno alle parole.

Mi è anche venuta l’idea di togliere, di ridurre all’osso.

Mi piacerebbe ti arrivasse esattamente la sensazione che sto scrivendo, in meno parole possibili. Quello sarebbe l’obiettivo più bello.

Quest’anno mi piacerebbe pubblicare Satelliti, ma con meno parole possibili.

E sentire di quelli che lo hanno letto, che mi dicono, esatto, così è perfetto.

Una volta, tanti anni fa, mi hanno detto: tu scrivi bene, ma scrivi per te. Si vede benissimo che sono storie scritte solo per te.

[Io scrivo perchè è il mio modo di respirare, dipingere, immaginare, raccontare, la vita. Ogni volta che qualcuno mi diceva: perchè non pubblichi qualcosa, ci pensavo e mi godevo quella sensazione. Quando il mio racconto sugli addii è uscito, sono corso in edicola e ho comprato dieci copie della rivista. Pensavo fosse una cosa incredibile, una di quelle sensazioni che durano per una vita. Invece è durata il tempo di leggere le pagine, la carta stampata, e poi fumarci sopra, alla finestra, nel buio di una sera.

Le dieci riviste, insieme agli altri posti dove ho scritto, sono andate perse, tra un trasloco e l’altro.

In scatoloni dove infilavo le cose che mi sembravano importanti, che poi non lo erano.

Ma non ho mai smesso di scrivere. Un diario, oggi ne ho tre, uno sulle emozioni, uno sui posti che mi lasciano qualcosa, e uno sulle giornate. Sono poco costante, come in amore. Ma scrivo. ]

Non smetterò mai. Lo sto solo facendo in posti diversi. E sempre più attento alle parole.

Ne vorrei di nuove, per esprimere esattamente quello che sento.

Ad esempio, il mio dentista, è un mio amico, di cui mi fido ciecamente, eppure provo dolore.

Il dolore inflitto da un amico di cui ci si fida: domiucia.

Oppure quella sensazione di bieco desiderio mentre guardi il culo di una liceale, ma sai di essere troppo vecchio, e pure inopportuno: arrapatuno.

O quella noia che ti prende, in questi giorni eterni, quando non imbrocchi il libro, e nessuna serie, e nessun discorso, e ti senti riposato e vuoto allo stesso tempo: ripoto.

Mi piacerebbe tenere un dizionario di queste parole.

Magari il prossimo libro lo scrivo così.

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