Silenzio

Ho questo ricordo di mio padre, della sua seggiola di legno, all’ombra di una grotta tra gli scogli. La spiaggia piena, e lui sugli scogli. Mi capitava di chiedere a mia madre: cosa fa papà? Mi sembrava così strano poter stare intere mattine su una seggiola, in mezzo agli scogli. Cosa fa papà? Silenzio, mi rispondeva mia madre, fa silenzio.

Dal silenzio io sono scappato per tantissimo tempo. Come tante cose, il silenzio é una scoperta tardiva e dura. Mi ha sempre spaventato molto, il silenzio. Ho sempre cercato la musica, le parole, il confortevole rumore della civiltà.

Il pomeriggio che è morta mia mamma, alle cinque circa, mi sono trovato in soggiorno, sdraiato sul tappeto, in silenzio. Mai avevo sentito una sensazione così opprimente in vita mia. Sul petto, in testa. Il silenzio e la morte, cose troppo vicine.

Qualche tempo dopo sono finito in un pronto soccorso, dove un annoiato dottore mi ha dato del Valium e il suggerimento di andare da un analista. Ne ho trovata una di una certa età, in una casa bassa vicino alla Fiera. Ci sono andato due volte. Mi spaventava il silenzio. Assordante. Le pareti rosa mi chiudevano in una stanza sempre più piccola, ad ogni respiro.

Mio padre, con il tempo, ha imparato a fare silenzio ovunque. Senza mia madre, passavamo pomeriggi interi in silenzio. Leggeva e pregava. L’animo contemplativo gli permetteva di restare a guardare il mare per un pomeriggio. Ne usciva sempre più sereno.

Non ho avuto bisogno di silenzio per moltissimi anni. Avevo, anzi, bisogno di un gran rumore. Di capire chi fossi diventato, non chi volevo essere, di scacciare la paura, di non leggere nessuna emozione. Così è stato.

Sono passati anni, una vita, in molti sensi, prima che mi accorgessi che il silenzio non mi faceva più paura.

Mi ritrovavo da solo, in macchina, o su una scala, in silenzio. Ascoltavo il cuore.

C’è stato un anno in cui ho conosciuto Terzani e la rivoluzione, insieme. La mia rivoluzione aveva tacchi a spillo e mutandine di seta, e mi ha preso, come tutte le rivoluzioni, per fame e poi per fede. Leggevo Terzani, scopavo e bevevo. Non era un progetto, quindi non avrebbe dovuto funzionare per forza.

Quell’anno ho scoperto di non aver paura della morte, di avere bisogno della carne, e di aver bisogno del silenzio. Non come assenza di rumore. Ma come silenzio.

Quell’estate ho portato tutti i miei sensi di colpa e le mie paure su uno scoglio. Il sole caldo mi cuoceva, e dovevo nuotare nell’acqua gelida spesso per non svenire. Portavo della torta di albicocca, avvolta nella carta, e dell’acqua. E restavo in silenzio per ore. Sono restato più in silenzio in quei giorni che in tutta la mia vita.

Ho delle foto, magro come un chiodo, nero come un pescatore, con gli occhi sereni. Ho aggiunto, nella valigia delle cose che so fare, il silenzio.

Ho, vent’anni dopo, capito mio padre.

Allo scoglio ci torno appena posso, è un pezzo di Levante dove conosco tutti, perché quando torno al tramonto, dopo un giorno di silenzio, amo parlare e infilarmi nelle vite degli altri. L’unico tatuaggio che ho pensato di farmi sono le coordinate GPS dello scoglio, sotto al piede destro. Un invito ai miei piedi a tornare sempre lì.

Il silenzio nella separazione arriva con due momenti. Prima e durante è un silenzio di sofferenza. Parole non dette, stanchezza, dolore, è un silenzio gonfio e straripante. Anticipa la rabbia, segue al pianto.

Poi arriva il silenzio del vuoto, dell’assenza, della paura, del distacco. Le famiglie fanno molto rumore. La separazione porta molto silenzio. Inaspettatamente mi sono fatto cullare. Mi sono quasi affezionato.

Ho imparato a fare silenzio al posto di dire cose stupide, ho imparato a fare silenzio per misurare la paura, ho imparato a fare silenzio per ascoltare il rumore che fa l’anima quando si muove.

Mi capita, a volte, di fare silenzio quando dovrei parlare. O di parlare quando dovrei fare silenzio. È una cosa che sento, come fosse un organo.

Mi piace fare silenzio dopo qualcosa, per raccogliere i pezzi.

Dopo aver fatto l’amore, resto in silenzio, a sentire il fiatone. Dopo un grande lavoro, mi godo il silenzio della soddisfazione. Il mio scoglio è sempre lì, ma ho un pezzo di scoglio dentro, dove mi siedo a stare in silenzio.

Tanto adoro la parola quanto il silenzio. Tanto adoro fare l’amore quanto amo scopare. Tanto amo bere fino a stordirmi quanto amo aspettare il mattino senza aver bevuto.

Assomiglio allo scoglio. E ho finalmente capito mio padre.

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