come leggere i tarocchi (Coppa America)

Se non ricordo male si chiamava Cristina, ma non ci scommetterei sopra. Ci siamo conosciuti in fondo a Viale Monza, a pranzo, in un bar di quelli con le paste congelate e il pane di gomma che mette a dura prova i molari. Era un’amica della mia fidanzata, sorrideva poco, era straordinariamente magra, alta e molto cupa. Aveva i capelli tinti di rosso, un rosso accesso, forse un po’ troppo, come quello del pomodoro sulle insegne delle pizzerie egiziane.

Una sera a cena da amici, in una mansarda in centro, aveva deciso di leggere le carte a tutta la truppa. Senza che la truppa fosse d’accordo. Succede sempre così: tu ti crei un personaggio, ci credi, approfondisci, studi, ti appassioni, e nessuno ti caga. Perlomeno succede così quando ti inventi una passione su una cazzata come i tarocchi. Non ditelo a quelli che ci credono, ma a me i tarocchi, gli oroscopi e quelle cose lì mi sono sempre sembrate delle cazzate poco serie. E nemmeno tanto divertenti. Metti poi che nelle carte ci vedi qualche sfiga grossa, che voglia ho io di affrontare domani con il dubbio?

Cristina, sempre che si chiamasse Cristina, aveva deciso di leggere le carte, comunque.

La prima è stata la padrona di casa. Io, intanto cercavo di aprire una di quelle finestre da tetto che fanno una scena enorme nelle mansarde, ma che poi se vuoi fumare una sigaretta si trasformano in un’impresa ginnica di alto livello. Fumavo ancora tabacco olandese, fumavo ancora quando qualcosa mi metteva a disagio. Anche adesso.

Per questo con me la tecnica per smettere che associa le sigarette di piacere con qualcos’altro non funziona. Al posto di fumare, quando sei felice mangia una liquirizia. D’accordo. Ma io non fumo mai quando sono felice. Fumo per stress. E se poi ci aggiungo pure la liquirizia quando sono felice, non è un grande guadagno.

Il secondo è stato il padrone di casa. Mi ricordo che si è alzato molto felice, dalla sedia di legno. Addirittura ringraziando Cristina, sempre che si tratti di Cristina.

Il turno della mia fidanzata. E sono dovuto restare in piedi alle sue spalle, ad ascoltare. Lei voleva così.

Eravamo felici, in un mare di piccole e medie sfighe che ci stavano succedendo. La nostra forza è sempre stata quella di affrontarle insieme, con incedere sicuro. Probabilmente perchè è una di quelle storie nate da una amicizia. Eravamo stati amici, grandi amici, poi scopamici, si dice così, poi amici che scopano e stanno sempre insieme, poi amici che scopano, stanno sempre insieme e pianificano vacanze insieme, poi semplicemente insieme. E, tra le tante cose, questo percorso credo aiuti ad affrontare la vita uniti.

L’essere felici, ritenevo io, era condizione per cui non era necessario infilarsi in cazzate come i tarocchi.

Ma sembravo essere l’unico in quella mansarda a pensare che i tarocchi erano una pessima idea.

Carta dopo carta, con gesti teatrali e sguardo chino sulle strane figure, Cristina, sempre che si sia mai chiamata Cristina, sbuffava o sospirava, spalmando sul tavolo le carte con le mani aperte.

Aveva unghie curate. E anelli strani.

Credo sia molto importante, per quelli che fanno i tarocchi, avere anelli importanti e strani. Anche quelli della televisione, di solito, hanno anelli importanti che sfondano l’inquadratura mentre anticipano il destino dei malcapitati al telefono, per soli due euro al minuto, scatto alla risposta escluso.

Le carte erano chiare, aveva detto Cristina, o come cazzo si sarà mai chiamata.

Quest’anno due grandi sfide di lavoro, una più impegnativa, la seconda, a stare alla carta che accarezzava con l’indice.

E poi silenzio.

Lei guardava la mia fidanzata. Poi me.

Poi io mi sono messo a guardare lei.

E tutti ci guardavamo. L’indice era finito su un’altra carta.

Questo è qualcosa di grandioso, aveva detto.

Bene, ho pensato io.

Qualcosa di sconvolgente, che forse non dovrei dirvi.

Eccola, che ci mena una sfiga enorme, e poi ci alziamo domattina in paranoia.

Che già ero ipocondriaco, inconsapevolmente ma ferocemente.

Chissà dove mi prenderà, questo tumore che lei ha visto, ho pensato.

O forse una malattia invalidante ma non mortale.

O forse un incidente, con la Vespa, che in effetti sta facendo strani rumori.

Dovevo fumare.

Questa carta ve la leggo solo se lo volete veramente, aveva detto con una voce cavernosa.

Ma certo che no, avevo risposto ad alta voce. Forse troppo alta.

Si erano girate tutte e due. E mi guardavano male. Tutte e due.

Invece si. Aveva detto lei. Prendendomi la mano e mettendosela sulla spalla.

Silenzio. Infinito.

Il silenzio, in questi casi, dilata il tempo come quando fai stretching e ti sembra che sei piegato sulle gambe da ore, poi guardi l’orologio ed erano venticinque secondi. Nemmeno un tempo ragionevole, proprio una roba da sfigati.

Silenzio.

Quindi? dico io.

Questa carta dice chiara una cosa. Ed è una cosa grande per voi, soprattutto per la mia amica. E sorrideva.

E la mia ragazza ha iniziato a piangere. Singhiozzando. E Cristina, o come cazzo si chiama, a piangere sorridendo.

E io, maledetto, che non capivo.

Non capire, in questi momenti è un dramma. Avevo bisogno di una sigaretta.

Un figlio o una figlia, aveva chiesto.

Ma che cazzo dite, avevo detto.

Una figlia, aveva risposto.

Ma che cazzo dite, avevo urlato.

E avevano smesso, una di piangere l’altra di parlare. E anche la padrona di casa si era avvicinata.

Ricordo poco della fine della serata nella mansarda. Mi ricordo di aver camminato a passo spedito verso la Vespa, senza nemmeno aspettarla.

E mi ricordo il silenzio, per tutto il viaggio insieme.

E mi ricordo di averci dormito sopra tranquillamente.

E ci mancherebbe anche. Una tizia prende un mazzo di carte, ne tira fuori una, e ti dice che avrai una figlia. Ma che cazzo.

Ma ero rimasto l’unico a dormirci sopra sereno, a quanto pare.

Nei giorni dopo non ne avevamo parlato più.

Fino a una sera. Stavamo andando a bere qualcosa con degli amici, che guarda il destino, stavano andando a vivere insieme perchè lei era incinta. Sapevo già dalla sigla iniziale, che per me sarebbe stato un film di merda.

Abbiamo litigato ferocemente, davanti a un sushi cinese, di fianco a un ferramenta chiuso, con il rumore del traffico, i tram, le prime puttane, la gente che passava.

Era un periodo della mia vita che mi piaceva contestualizzare tutto con la Coppa America. Poi, per fortuna, mi è passato.

Questa cosa di fare un figlio è la Coppa America delle stronzate, avevo detto.

Ammetto che non deve essere la frase più bella che si può sentire, da fidanzati, a vent’anni. Però era ragionevole.

Lavoravo con un contratto che mi permetteva di pagare le rate della macchina e qualche birra, vivevo con mio padre e passavo le vacanze a scrocco da amici. Un figlio mi sembrava davvero una roba grossa.

Anche una famiglia, che teoricamente è il luogo dove allevare un figlio, mi sembrava un concetto troppo complicato.

La verità era ben diversa, ma non la sapevo ancora. Ho sempre capito le cose in ritardo, sulle questioni di coppia. Che mi rende un sincero amante e buon compagno, ma anche un importante ritardatario sulle decisioni chiave.

Ci siamo lasciati un anno dopo. Lei è andata via. Credo per un altro. O per un futuro migliore. Ho questa fortuna di capire le cose in ritardo, e di non voler indagare troppo quando sento puzza di bruciato. Anche per questo non mi piacciono carte e oroscopi.

Ci siamo lasciati ad aprile. Vengo sempre scaricato ad aprile, tra una cosa e l’altra.

Andava Tiziano Ferro. Roba che in radio sembrava passassero solo Non Me Lo So Spiegare.

Una tragedia nella tragedia.

Questo è quanto ho da dire sui tarocchi.

 

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