Culi Sodi

Nel gineceo estivo dove sono nate tutte le mie memorie di bambino, c’erano tra grandi narratrici, due nonne e una zia, tecnicamente prozia.

Di famiglia non abbiamo memoria geografica, le nostre origini sono chiare, profondamente cittadine, ma le nostre famiglie sono nomadi industriali, che si sono mossi tra Tortona, Parma, Torino, Milano, Genova. Ci si fermava per lavoro, poco inclini alla comunità, per poi ritrovarci tutte le estati insieme tra le anonime valli bergamasche.

Erano estati belle, lunghe, spensierate, per noi bambini, con una pausa ad agosto, quando ci portavano al mare. Al ritorno dal mare era finita l’estate delle valli. L’agosto della montagna è freddo, buio e piovoso. Anche gli amici tornavano in città. Così le due nonne e la zia potevano parlare, nella grande cucina, delle storie preferite.

Non si faceva cenno alla storia dello Zio Alberto, sopravvissuto a un campo di concentramento. Mi avrà rivolto la parola due volte in dodici anni.

Non si faceva cenno agli amanti di nonna, vedova fin da giovane, fervente cattolica e ottima dattilografa.

Anche le sigarette di zia finivano in secondo piano.

Dei vizi, in casa nostra, non si parlava mai. Avevamo una famiglia priva di vizi, spiritualmente molto attiva, decisamente buona.

Le nostre storie erano sulle guerre, sui bombardamenti, sui rifugi, su quegli uomini che hanno aiutato nonna a ricostruirsi una piccola fortuna, sugli anni della zia a Tortona, sulle valli emiliane da cui veniva l’altra nonna.

Così ho costruito la mia mitologia famigliare, con qualche zio partigiano, tanti eroi, tutti maschi, e una grande nostalgia per gli anni del dopoguerra.

L’unico argomento di divertimento, le risate grasse di nonna e zia, erano i culi sodi delle vicine di casa a Parma. Una famiglia di donne tutte con il culo sodo.

Non sappiamo che cosa facessero per vivere, queste donne dal culo sodo. Ne come siano comparse nella casa di fianco alle nonne.

Sappiamo che avevano questi culi sodi che facevano tanto ridere la nonna.

I culi sodi, alla fine della scala quaranta, erano il momento di risate più belle e gonfie, mentre il buio della sera invadeva la valle con il freddo che ci obbligava ad accendere le coperte elettriche.

Le estati finivano così, con i culi sodi.

Non mi è mai tornata in mente, questa cosa del culo sodo. La fiacchezza laica del corpo non mi ha mai sorpreso. Ho sempre preferito le tette, il seno, morbidezza, candore, intravisto nelle magliette.

Cammino per la strada, in questi giorni di mascherine e caldo, non ancora torrido, i marciapiedi sono stretti, molto più stretti di prima. Tanto che dobbiamo fare attenzione a camminarci, a non sfiorarci, a non guardarci. Il contagio della diffidenza è questo, la paura di camminare sullo stesso marciapiede.

E noto un sacco di dettagli, costretto a guardare, quasi clandestino, ogni cosa.

E noto culi sodi.

Forse perchè a quarant’anni uno guarda i culi sodi.

Forse perchè non ho nulla d’altro da guardare, di più espressivo.

Li guardo con solidarietà.

Si guardano culi in modo solidale?

Così mi sembra.

Non con desiderio malcelato.

E mi vengono in mente i culi sodi raccontati dalla nonna.

Resto fedele al vedo non vedo delle tette.

 

 

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