Tessuti per mascherine – fantasmini

Vado tutte le sere a camminare intorno a un cantiere abbandonato. Che è una delle tantissime cose che prima sarebbe stata tristemente banale, che invece adesso è dolcemente selvaggia. Camminare intorno a un cantiere abbandonato è una delle cose più eccitanti della mia giornata. E meno angoscianti. Tolgo la mascherina, respiro il caldo della sera, osservo l’erba che si riprende pezzi di asfalto. C’è un ingresso alla stazione, ma non c’è nessuna stazione. Magari stavano costruendo un gigantesco scherzo. Il cantiere è un kilometro per cento metri. Lo so perchè me lo ricorda il mio orologio. In tutto sono due kilometri e due. Sul lato che faccio all’inizio ho il sole alle spalle, e l’erba è più alta. La recinzione è rotta e da quando ci vado ci sono gli stessi rifiuti per terra. Al mio passare gli animali scappano. Al ritorno ho il sole sul petto, e ci sono tre panchine con alle spalle la recinzione e davanti il retro di due grandi palazzi industriali. Ogni sera mi chiedo come cazzo si possa mettere delle panchine in un posto così insignificante. Poi mi avvicino e ci trovo sempre qualcosa di nostalgico. Alla fine serviranno anche queste panchine, prima o poi. Non so bene a cosa, perchè mi danno nostalgia di cose che non so se torneremo a fare.

Il tempo in casa è scandito da rituali divertenti e inappropriati: la ginnastica al mattino, il vino alla sera, in mezzo tonnellate di scomodità e precarietà emotiva, la notte le ambulanze che passano con una sospetta frequenza. La mattina, presto, il rumore del silenzio. Assordante.

Il tempo, dentro, passa scandito dalle solite cose: paure piccole e grandi, dubbi, sconforto, tenerezza, piccoli episodi sporadici di serenità, consapevolezza, pazienza, amore sconfinato per i sorrisi.

Forse riusciremo anche a fare a meno del vino. Forse faremo a meno anche della paura. Sono cose che servono fino a un certo punto.

Ma non riusciremo mai a fare a meno di storie, di futuri possibili e solo immaginati, di cuciture con il passato scritte in racconti che chiedono perdono.

Per questo scrivere adesso è un dovere.

Scrivo tanto, cose disordinate sull’onda di emozioni ancora più disordinate.

Per tenere a bada tutto medito molto. Ma vengono fuori comunque dei piccoli disordini.

E’ la prima volta per tutti noi. E’ una prima volta che per qualcuno è l’ultima.

E’ una prima volta troppo importante per lasciare tutto come prima. Per questo dobbiamo scrivere, annotare, ricordare.

Magari le panchine non serviranno a un cazzo, ma non serve pensarci adesso.

Magari morirò a luglio, di una pandemia che mi spaventava a marzo.

Magari a giugno saremo tutti ancora a ridere.

Bisogna che ognuno faccia il suo mestiere per davvero, adesso. Fare i conti con i troppi compromessi, e dirsi: andiamo.

Avanti.

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