Possibile Natale faccia così male?

Sto scrivendo, la casa vuota, un silenzio piacevole, l’odore del tabacco, la luce calda. Il rumore dei tasti, battuti veloci. Domenica, dicembre, la domenica prima di Natale. Sono incastrato in un racconto, che forse non avrei dovuto iniziare. Ero padrone della storia, mi sono trovato schiavo di una trama che non conosco. Mi interrompo per fumare. Mi cucino due zucchine e del pollo. Ho le ore contate. Rubo ore di silenzio, per questo maledetto libro che assomiglia a una sfida tra me e le mie paure, più che a un libro normale. Rubo a figli, lavoro, famiglia, impegni. Rubo tempo per una cosa che mi sta stancando.

Mi distraggo su internet, mi distraggono i rumori dalla strada, le sirene, sento le voci nel cortile.

Qualche Natale fa è stato il mio primo Natale da adulto. E’ successo senza che io lo volessi veramente. Mi sono accorto del Natale troppo tardi, e me ne sono accorto dagli occhi malinconici di mio figlio. Ho comprato un albero su Amazon, delle palle blu e argento, delle luci. Ho messo dei regali sotto l’albero, e io e lui stavamo in quel soggiorno vuoto, con le luci accese, come fosse un camino, per scaldarci.  Volevo spegnere quella malinconia negli occhi, accendendo dei led cinesi. Mi era sembrato di esserci riuscito.

Non cucinavo, cercando di mangiare sempre fuori, e cambiavo le lenzuola più per far andare la lavatrice che per bisogno. Stavo in casa il meno possibile, perchè quella casa era troppo grossa per me da solo. Perchè io stavo troppo male, per stare da solo.

Avevo conosciuto questa ragazza canadese, molto bella, sempre sorridente. Uscivamo a bere, turisti a Milano, e mi addormentavo pensando al suo sorridere. Poi mi svegliavo, in piena notte, pensando alla malinconia negli occhi di mio figlio. Mi sentivo come un trapezista, che il prossimo salto potrebbe essere davvero l’ultimo. Così sono le separazioni, sono semplici sottrazioni di sicurezze. Ci togliamo la rete di sicurezza, e ce ne andiamo. Così saltare diventa pericoloso, così vivere diventa davvero rischioso. La canadese mi aiutava, tra un bicchiere e una chiacchierata innocua, a illudermi. Eravamo turisti dei sentimenti, forse ne aveva bisogno anche lei. Ci siamo dati pochissimo, e così è andata bene a tutti e due.

Stasera mi sono girato, guardando l’albero dietro al divano. Un albero decisamente più bello, si vede l’amore delle mani di una donna. Le palle sono sempre le stesse, plastica lucida, ma sembrano più belle. Gli aghi di plastica sono gli stessi, abbiamo anche litigato perchè avrei voluto usare il mio vecchio albero. Ma sembrano aghi migliori.

Mi alzo e cammino per il soggiorno. Non riesco a scrivere. Mi sono sdraiato per terra, sul parquet, cigolante.

Possibile che Natale faccia così male? ho sussurrato.

Una cosa che conosco bene, la nostalgia. Ho fatto un giro sui copriletti brutti del letto dei miei genitori, vicino al presepe che occupava tutto il mobile della camera, sul buio delle notti in cui provavo a spiare per vedere se fosse arrivato Gesù Bambino in anticipo, con qualche regalo speciale. Un anno ho ricevuto una ruspa telecomandata, ed ero certo di non avere bisogno di niente altro al mondo.

Stasera forse non scrivo, perdo la sfida con questo enorme lavoro. O forse scrivo altro. Di ruspe telecomandate, presepi brutti, di corridoi male illuminati, di tortelli in brodo.

E’ talmente inutile, questa nostalgia, da sembrare quasi normale.

Quasi giusta.

C’è un momento in cui gli uccelli, i pochi che restano in città, iniziano a cinguettare, poco prima dell’alba.

E’ stato in quel momento, con mio figlio addormentato di fianco a me, che ho pensato che le palle di plastica non avrebbero cancellato la malinconia.

Che forse non è da cancellare.

Che forse il Natale degli Adulti è questa roba qui, di struggenti nostalgie, di famiglie spezzate, di amici nella tua stessa situazione, imprigionati in tavoli stretti con bottiglie di Prosecco calde e panettoni salati che grondano uova di lompo.

E che forse sopravviveremo anche ai Natali, come siamo sopravvissuti senza la rete di sicurezza fino a oggi.

E che non serve pensarci, perchè siamo trapezisti, e i trapezisti saltano e basta. E’ il nostro numero, lo facciamo e basta.

Questo Natale passerà, come sono passati quelli delle ruspe telecomandate, come sono passati quelli da soli, come cani, o quelli con troppa gente.

Più passano, questi Natali, più mi sembrano momenti di trascurabile infelicità, parentesi che si aprono e chiudono da sole.

Sospiro, mi alzo. Guardo il mio albero di Natale e tutta la delicata attenzione che una donna ha messo nell’appendere le palle. Sono felice sia la donna che passerà questo Natale con me.

Me ne sono innamorato leggendo nudo appoggiato sulla sua pancia. Lontano dal Natale.

Me ne sono innamorato sapendo dei suoi Natali, e dei miei.

Mio figlio ha meno malinconia negli occhi, e aspetta la sua ruspa telecomandata, il suo stupore e la sua gioia.

Non credo sia merito delle palle blu e argento. Credo sia merito della vita.

 

 

 

 

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