Calzini, portoni e Gin Tonic

Calzini (primo tempo) 

Certezze. Uno a quindici anni ha bisogno di certezze. Mettere in fila le certezze, come soldatini, davanti alla vita. Sedersi e guardare la vita dicendo: e adesso che cazzo vuoi? La prima, inossidabile: i calzini di spugna bianchi che ogni santissimo Natale la Zia Matelda mi regalava. Cinque paia. Dall’America. La zia insegnava inglese all’università. E viaggiava. Andava in Scozia e in America, a trovare le sue amiche. Tornava sempre con un pacchetto di calze di spugna, splendidamente bianche, morbide, accoglienti, per me. A volerle mettere in fila, le certezze, avrei messo per prime le mie calze bianche. Così stupendamente inadeguate, banali, drasticamente poco eleganti, ma tutte cose che non sapevo. Adoravo aprire il pacchetto, e trovare le stesse calze tutti gli anni. Certezze, cazzo. Il mondo, a quindici anni è già così fottutamente difficile. RockFm, il basket, le calze di spugna, la crostata di Pannarello. Poche, salde, certezze. E le calze bianche sono state la prima grande barriera che lei, dopo il pomeriggio nel carrello, ha distrutto.

Il primo appuntamento è finito che io la portavo in giro, in una domenica pomeriggio di sole, dentro a un carrello dell’Esselunga in una Milano deserta. Come se stessimo per evadere da Alcatraz, ci sembrava di aver fatto una cosa enorme a rubare quel carrello e andarci in giro. Ovviamente eravamo io, il carrello, lei e le mie calze bianche. Al tempo adoravo associarle alle Reebook Pump da basket, con la piccola palla da basket sulla linguetta, che schiacciavi e si gonfiava. Una enormità tecnologica che mi permetteva di giocare a basket molto meglio, e di essere tremendamente orgoglioso delle mie scarpe.

Non ci siamo baciati subito. Quando sei giovane non hai fretta, non hai paura, non hai rimpianti. Preferisci portarla in giro in un carrello, vederla ridere, sfidare le persone. Sentirti grande.

Il primo bacio non era il primo bacio per nessuno dei due. La seconda volta è molto più facile. Ma siamo rimasti a provarlo per ore. Se dovessi riassumere i nostri primi due mesi, potrei dire che si trattava di un vero e proprio tentativo di strappare i muscoli della lingua e di infiammare le labbra.

Ci siamo baciati per un tempo infinito. Ed era una cosa complicatissima, perchè era malizia, ma troppo annacquata, desiderio, scoperta. Per anni ho creduto che nessuna donna avrebbe mai potuto baciarmi come lei. Provavo. Ma ero sicuro che niente sarebbe stato come un suo bacio.

Dopo, dopo quel bacio, la mia vita è cambiata. Lentamente, inesorabilmente, stupendamente. Vivevo per lei, letteralmente. Ho iniziato ad entrare a scuola tardi, per poterla accompagnare, e poi scappare al metrò, correndo con la cartella che rimbalzava sulla schiena e un sorriso ebete stampato. Ho iniziato a passare le ore di matematica a fare misteriose prove di graffiti sui fogli a quadretti. Scrivendo ti amo, centinaia di volte. Era fondamentale farlo, perchè era una conferma della verità, senza la quale la verità stessa non sarebbe mai accaduta. Bisogna scriverlo, scriverselo di continuo, dirselo, ripeterselo, sussurrarlo, urlarlo. Di continuo. Se no, non succede. Forse è questo che perdiamo da adulti: la dedizione totale. Il rapimento delle anime, che finiscono risucchiate in un vortice di lettere, bigliettini, poster, graffiti.

Mi aveva chiesto due cose: di andare a prenderla al pomeriggio per camminare insieme e di smetterla con i calzini bianchi. Che tutto il mondo vestiva calzini blu.

Era finita così, senza discussioni, con il mio aspettarla sotto casa, al pomeriggio, pronto per portarla su una panchina nuova, a baciarci, con le mie nuove calze blu di cotone.

Panchine, a dire il vero, che oggi guardo ridendo. Le ho passate tutte.

Ci vollero due mesi per affrontare l’argomento tette. Erano grandi, morbidissime, diverse, calde, incredibili, accoglienti. Un mondo intero, sotto i capezzoli. Ovviamente divennero, per anni, le migliori tette del mondo. Le toccavo con rispetto, dedizione e un incredibile movimento ormonale. Quel calore, quel profumo, CK One spalmato con dovizia, avrei poi scoperto, quella sensazione, erano cose devastanti per i miei ormoni. Tornavo a casa distrutto. Toccarle le tette, da sotto il maglione, mi sembrava la migliore delle avventure, la cosa più saggia da fare, l’unica vera rivoluzione. Avevo quasi messo in discussione Mao e i suoi libri, per le tette. Mi ritrovavo a messa la domenica con dei sensi di colpa che occupavano due panche, come andare a messa con i parenti. Andavo a fare la comunione a testa bassa, come se avessi appena ucciso il vicino di casa. Poi ho smesso anche di andare a messa, per via dei sensi di colpa. Il peccato di chi non ha peccato è proprio quello di credere di averne uno.

Una sera, riportandola a casa, le ho chiesto: ti piace?

Dieci anni più tardi avrei chiesto: scopiamo?

Ma non lo sapevo ancora dire. Non era necessario, saperlo dire.

Ti piace?

E’ così che siamo finiti sotto il portone, anzi dentro l’androne.

 

Portoni (intervallo) 

Finivamo dentro il suo androne. O dentro il mio. O dentro un qualsiasi portone che fosse aperto. Uno schiacciato all’altro, completamente vestiti. Ci baciavamo. Le toccavo le tette. Era più un movimento rotatorio costante che qualcosa di erotico. Le devo delle scuse, forse. Per eccessiva sollecitazione. Ma per me era una roba totale, un labirinto sensoriale, un tilt emotivo. Restavamo dentro questi androni, freddi, contro i muri, al buio. E se entrava qualcuno, ci staccavamo per un momento, sicuri che nessuno avrebbe capito. Orgasmi complessi, lo ammetto. Deliranti.

Ogni portone era nostro, ogni androne, ogni scala.

I mesi passavano, un bottone al mese i jeans si slacciavano. Una roba costante, metodica, temporizzata. Perchè non hai fretta quando sei sicuro di avere tutta la vita davanti. Ci spogliavamo lentamente, pubblicamente, senza paura, insieme.  Alla fine ci ritrovavamo nudi, o quasi, schiacciati contro le pareti.

Portavamo il nostro segreto in giro con noi. Il nostro amore era maturo, completo, infinito. Sarebbe durato fino alla fine del mondo, niente avrebbe potuto distruggerlo. Era l’amore di tutta una vita, non importa fosse il primo, delicatissimo, innamoramento. Era per sempre. Guai a dirlo, che fosse mia madre o suo padre, che invece era una cosa normale. La nostra storia, la nostra vita, era unica, speciale.

Arrivarono i cellulari, la Omnitel, gli squilli. Tutto stava cambiando, e avevamo più tempo per noi. E per i portoni.

Poi per i pavimenti.

Poi per i  soggiorni vuoti.

Le stanze dei fratelli.

Come se schifassimo i letti. Non so per quale ragione. Forse per un senso di colpa strano, ridicolo. Evitavamo i letti. Artisti di queste improvvisazioni scomode, in cui ci spogliavamo con una lentezza enorme, infinita.

Fu lei a partire per prima da sola. Per Londra.

Allora ho iniziato ad odiare Londra. La odio ancora oggi.

Forse un po’ per questo, o forse perchè è una città di merda. Non lo capirò mai. Non sono oggettivo, con Londra.

Lei per Londra io per la Liguria. La nostra prima volta. Lei a Londra con un tizio conosciuto lì, io in Liguria con una ragazza conosciuta in spiaggia.

Meglio Londra, lo dico per i granelli di sabbia nelle mutande. Brucia, cazzo, sia la sabbia sia il tradimento.  Ci siamo ritrovati al suo ritorno. E abbiamo fatto la nostra prima volta. In un letto.

La mia seconda volta, la sua seconda volta. La seconda volta è molto più facile. Il buio, le coperte spostate, l’odore di chiuso, il preservativo. Era tutto sbagliato. Tutto.

Non è stato bellissimo, come ti raccontano. E’ stato strano. Strano, a diciotto anni è una cosa brutta. Diciotto anni è l’età dell’assoluto. Bellissimo o bruttissimo. Strano è quasi peggio di bruttissimo. Ho solo un rimpianto, su mio padre. Che non mi ha mai insegnato a leggere. Le emozioni. A dare un nome alle sensazioni. Strano. Era stato strano.

Da Londra era tornata che non beveva più birra. Voleva bere cose nuove.

Io dalla Liguria ero tornato come prima. Con uno zaino di sensi di colpa pesantissimo e una plateale figura di merda, e due etti di sabbia nelle mutande. Ma come prima. Con una prima volta da dimenticare in fretta.

Ci vollero due mesi buoni per tornare ad essere noi. L’amore infinito, quello di una vita. Io, lei, i miei calzini di cotone blu, i nostri due cellulari, il motorino, i sorrisi, la sua voglia di bere cose strane che non fossero birra, le ricerche dell’università, i tempi morti e i silenzi, le cene fuori vestiti eleganti, e Giorgio.

Gin Tonic (secondo tempo) 

Aveva iniziato con il cuba libre, per poi provare il gin tonic. Mi sembrava così strano. Quasi volesse, bevendo cose nuove, provare cose nuove. Non mi fidavo dei baristi. Non mi fido nemmeno oggi. Ci vedevamo meno, io lavoravo e studiavo, lei studiava e correva dalle amiche. Mi aveva nominato Giorgio. Era un compagno. Veniva da una scuola diversa. Le cose andavano. Era l’amore della vita, le cose dovevano andare per forza.

Poi Giorgio aveva iniziato a studiare con lei. E studiavano tanto. E io ero molto impegnato. Avevamo messo in piedi un circolo, in Brera, in uno stanzone abbandonato, per parlare di rivoluzioni e robe così. Eravamo tanti, alcuni oggi ci sono ancora. Parlavamo di rivoluzione e di amore. Seduti in cerchio. Anna mi sorrideva sempre, quando veniva al circolo. E mi adorava quando parlavo della rivoluzione ungherese. Ero bravo a parlare di rivoluzioni. Mi piaceva studiare le rivoluzioni. Mi piace farle, oggi, forse per questo.

Anna mi diceva sempre che ero sprecato con lei. Sorridendo, con i suoi occhi azzurri e i capelli neri.

Per questo ho smesso di frequentare Anna.

Noi duri e puri non possiamo accettare compromessi. E nemmeno giudizi. E nemmeno la verità.

Un giorno ho trovato il motorino di Giorgio sotto casa sua. E mi sono messo ad aspettare, senza citofonare. Era il 18 aprile, venerdì.

Sabato si sarebbe andati a votare. Era importante, votare.

Erano usciti dal portone, lei e Giorgio, e si erano baciati. Abbracciandosi.

E io ero rimasto lì.

Fermo, paralizzato. Respiravo a malapena. Certezze, cazzo, anche a vent’anni uno ha bisogno di certezze. L’amore, ad esempio. L’amore è una bella certezza. Ridi di quando eri piccolo e pensavi che i calzini di spugna fossero una certezza. Quelle sono cazzate. L’amore no. L’amore è una certezza. Per questo, forse, lo lasci un po’ andare, lo trascuri, perchè ti fidi.

Non riuscivo a fare niente. E nessuno se ne è accorto. Ne lei, rientrata in casa dopo il bacio, ne Giorgio, salito su uno di quei motorini piccolissimi, giapponesi, neri, che andavano di moda.

Io sono morto, pensavo. Oppure sto morendo.

Forse è meglio.

Morire.

Soffre chi sopravvive, diceva sempre mio nonno.

Chi sopravvive alle sofferenze, soffre due volte.

Sono tornato a casa, ma non ricordo bene cosa ho fatto.

Ricordo il diciannove di aprile. La sua sincerità: sono innamorata di Giorgio. Le elezioni, con la Lega Nord che vinceva, per la prima volta. Tutto una colossale merda, cazzo. Io che mi accendevo sigarette, e provavo a bere quel fottuto gin tonic che tanto le piaceva. Lo ordinavo, lo assaggiavo e poi lo lasciavo lì. La Lega Nord, cazzo. E Anna che mi guardava stupita, insieme agli altri. Come faremo a sopravvivere a tutto questo? E che cazzo ne so io? Non so nemmeno se posso sopravvivere a un bacio.

Si, morire sarebbe stato più semplice.

Ci sono voluti anni.

Oggi amo il gin tonic, lo adoro, mi piace l’ignoranza della tonica, e la nobiltà finta del gin. Mi piace pagarlo tanto perchè va di moda, sapendo che passerà. Ho alcune bottiglie bellissime, e mi piacerebbe farne uno come dico io. Distillare un gin alla lavanda. Perchè ho imparato a berlo, nella vita va così, impari a fare le cose.  Mi è capitato ancora di limonare nei portoni. Ma mai, sinceramente, con tutto quel tempo per farlo.  Ho incontrato donne migliori, e donne peggiori. Ho toccato tette migliori, ma ci ho messo un po’ a capirlo. Le voglio bene, adesso. Mi voglio bene adesso.

I calzini bianchi non li ho mai più messi, la Zia Matelda è morta.

Ci vogliono anni per dimenticare le cose grandi come i primi amori. Perchè all’inizio provi a dimenticare, poi capisci. E li porti con te. La Lega è stato un male necessario. Come tutte le vite che ho vissuto. Prima di arrivare alla mia.

Giorgio, invece, mi sta ancora sul cazzo. E per dovere di cronaca, mi ha fottuto anche un’altra fidanzata. Ma la seconda volta è molto più facile.

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