Compensazione – come sopravvivere a un trasloco

Elisa Coglietti.

Firmava le sue lettere tutte con nome e cognome, come fossero documenti ufficiali. La guardavo, seduta al tavolo verde, scrivere ordinatamente il suo nome e il suo cognome in basso a destra, alla fine di ogni lettera. Come se stesse ufficializzando le emozioni, un timbro, ceralacca di Bic Blu prese dal cassetto sotto al forno a microonde, uno dei primi, un Philips orrendo, gigantesco, che inghiottiva due strati di formaggio e pane e ti ridava, dopo due minuti di magia, un soffice souffle.

Ho ricordi sbiaditi, delle sue lettere. Perchè raramente le scriveva per me. La guardavo, sperando che quei fogli a righe ingialliti, che tirava fuori dalla mensola in corridoio dove teneva tutti i suoi segreti, fossero per me. Speravo fino alla fine che quel nome e quel cognome firmassero una dichiarazione d’amore per quel figlio arrivato tardi, ultimo cronologico.

Scriveva, Elisa, a tutti. Era il suo modo per far sentire il suo amore. Scriveva lunghe lettere, seduta al tavolo verde, che poi rileggeva a bassa voce. E poi firmava.

Non ho mai visto una lettera per mio padre. Però, quando Elisa è morta, mio padre ha tirato fuori una scatola da scarpe piena zeppa di lettere. Il suo totem commemorativo. Le prendeva con cura, come gioielli, e si immergeva nella lettura. A volte lo trovavo sulla poltrona dell’Ikea a piangere, con una lettera in mano.

Tutte firmate, nome e cognome.

Qualche mese fa ho traslocato. Fino all’ultimo, ho evitato di fare scatoloni. Ne ho parlato anche con la mia psicologa, per sentirmi più sicuro nell’essere autorizzato a provare a evitare una grande responsabilità: quella della rimozione della memoria. Il mio passato, comodamente ammassato in dieci anni di vita in una sola casa, mi aspettava al varco. Ho comprato una scorta di scatole al Brico, il nastro adesivo e le forbici. Ho appoggiato tutto in camera. Vicino al letto. Nessuna memoria affettiva del matrimonio, che quella casa aveva accolto. Anzi. Il mio matrimonio è iniziato e finito in quella casa. Il trasloco delle mie emozioni lo ho già fatto tempo fa. Da solo, bevendoci sopra. Finendo a letto con le donne più sbagliate della mia vita. Cucinando roba tremendamente insipida e mangiandola da solo in piedi in mutande davanti alla libreria del soggiorno. Quella casa era solamente una casa. Con dieci anni di vita e qualche scatola dei venti anni precedenti.

Ho deciso di buttare molte cose. Ma un trasloco resta sempre un’impresa difficile.

Uno degli ultimi giorni, a casa ormai semi vuota, e con pochi vestiti da infilare nelle poche scatole rimaste, ho affrontato il comodino. Il comodino è la mia tomba personale di ricordi, frammenti, pezzetti. Scarti del mio passato confusi con cose importantissime. Un vero merdaio di vecchi scontrini, biglietti da visita di ristoranti ormai chiusi, preservativi mai usati, pillole per dormire, rosari regalati da un padre amorevole, lettere d’amore non firmate, di cui non ricordo le autrici, occhiali da sole vecchi, libretti di assegni di conti che non ho più, analisi del sangue che mi hanno preoccupato da morire, candele alla lavanda, vecchi auricolari orfani dei loro telefoni.  Ho buttato tutto. Mi è dispiaciuto più per le candele alla lavanda che per le lettere d’amore. Ma come per le candele alla lavanda, anche le lettere d’amore perdono il loro profumo.

Ho trovato una lettera, ho riconosciuto subito la calligrafia. E la carta, il foglio a righe ingiallito.

Elisa Coglietti, scritto alla fine, in basso a destra.

Una orrenda lettera di delusione e rimproveri.

Sono morto.

Seduto sul letto, nella camera semi vuota.

Dammi una ragione per ricordarti con amore, ho pensato.

Non sarà questa lettera, di certo.

Ho lasciato la lettera in un libro di Carver.

Ho preso un preservativo vecchio, cercando di ricordarmi chi me lo avesse regalato. Ci ho giocato con le mani, mentre con la memoria provavo a ricordare.

E ho scoperto che la più grande fatica è non fare niente, restare, resistere, essere fermi davanti alla vita che passa così forte, e tu che resti.

Mi sono voltato, per davvero, come a cercare qualcosa alle mie spalle, un ricordo, un ricordo bello, tra i muri sporchi con i buchi dei tasselli delle mensole smontate.

Mi sono ricordato tutto, di colpo. Tutto è scivolato, come un film. Le giornate della prima primavera in quella casa, che si allungavano e allungavano le ombre. Il naso aquilino dell’ostetrica che ha fatto nascere mio figlio. Le levatacce per prendere aerei che partivano prima dell’alba. Il rumore sordo dei miei pugni sul muro. La delusione buttata in discarica insieme ai vecchi giornali. I libri bellissimi letti fino a notte fonda. Gli amici, le tavolate, gli occhi selvatici e veloci di quella ragazza che beveva il caffè con me. Le scale fatte di corsa per tornare il prima possibile e poi le scale fatte più lentamente possibile, per non tornare mai. Una infinità di ricordi, una vera e propria vita.

Mi sono girato ancora, ho respirato guardando la finestra. Del panorama di questa finestra mi sono sempre accontentato. Sono cresciuto in una camera che dava sui fitti palazzi del centro. Era come condividere un pezzo di vita con il resto del mondo. Guardare fuori e vedere i vecchi che puliscono, i signori del sesto piano che chiacchierano sul balcone fumando. Le ragazze del secondo piano che ballano in mutande.
Poi sono andato a vivere in questa casa, da dove non si vede niente. Il cielo. Che è niente.

Non mi dispiace affatto lasciare questa finestra. Questa casa. Mi porto dietro tutte le vite che ho vissuto. Questo è traslocare. Buttare un sacco di cose inutili, credendo di buttare il passato che invece ti porti dietro, chiuso nei ricordi che esplodono colorati mentre fai altro.

Come si sopravvive a un trasloco è presto detto. Sedendosi e lasciando che le cose inutili dell’anima escano, e restino, insieme alla polvere e alle viti sparse sulle piastrelle.

E portandosi via tutto il resto.

Quel libro di Carver è uno dei libri più belli che io abbia mai letto. E’ giusto che quella lettera sia chiusa in quel libro.

Compensazione.

 

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