Racconto di Natale: il giorno della vera pace

Sono giorni che passano lenti, quelli di Natale quando sei adulto. Suona come una minaccia, il Natale, da adulto. Aspetti la neve, più di un bambino, per coprire con il silenzio l’assordante musica dei ricordi che si scontrano con i rimpianti. È un bagaglio ingombrante, una valigia piena zeppa, che per tutto l’anno minaccia di esplodere mentre ci infili fazzoletti di felicità e stracci di dolore, sciarpe di rabbia, ingombranti maglioni di tristezza, che poi tiri fuori, a poche ore dalla vigilia, per indossarli con un rito che ti fa assomigliare a un kamikaze delle emozioni.

Ti appoggi alle sedie, nel chiasso di un pranzo in famiglia, respiri densa aria di sughi, indossi sorrisi approssimativi come i regali di una vecchia zia che si ostina a portarti cappelli da investigatore bulgaro.

Assomigli più a un metronotte incapace di custodire le poche cose che gli sono state date, così ti dai vinto, come i pugili, sfinito da pessimo prosecco e mortali rispolverate di album fotografici.

Il giorno della vera pace è il 27. Tutto è finito, tutto sta per ricominciare. Il 27 assomiglia a una promessa, per noi è un traguardo. Dovrebbero marcarlo rosso sul calendario.

Il 27, come tradizione, non bevo. Mai. Perché sono stufo di bere, perché sono triste di mio, perché di solito scrivo oppure leggo vecchie cose. Il 27 dicembre è uno Spoon River, o forse una vendetta, una resurrezione.

Ero giovane, talmente giovane da non aver che un pallido pizzetto, che portavo con grandi basettoni. Avevo iniziato un corso di scrittura, anche se non avevo ancora capito bene se volevo fare il tranviere o lo scrittore. Per non sbagliare ho fatto tutt’altro. Io faccio così nella vita. Mi metti davanti a due scelte e io me ne invento una terza, di solito lievemente peggiore, una specie di amabile declino che mi giustifica. Era il 27 dicembre del 1995, e io e le mie basette eravamo stati invitati a bere in un posto appena fuori dal centro dove si ritrovavano scrittori e musicisti. Il Chinaski stava per chiudere, avrebbe chiuso a febbraio del 96, io ad aprile mi sarei per la prima volta perdutamente innamorato, e mia madre sarebbe morta un anno dopo. A saperlo prima, sarei rimasto seduto su quello sgabello, nel dicembre del 95. È stata la sera in cui ho conosciuto Vincenzo, Vinicio e una manica di altri uomini, che mi avrebbero segnato per la vita. A saperlo prima, mi sarei messo la cravatta. Andrea mi aveva lasciato seduto da solo con un tizio che mi parlava di Fante e Ferlinghetti. Gli devo tantissimo, ma non so nemmeno chi sia. Di tutta quella ghenga, oggi ci si ricorda solo di un paio. Gli altri forse scrivono ancora, forse sono morti, come Andrea. Milano era appena diventata il centro del mondo per me. Dal 95 al 2012 ho visitato tutti i continenti, sono stato più volte a Hong Kong che a Roma, ho vissuto in un centinaio di alberghi, ma solo cento perché torno sul luogo del delitto e dormo sempre negli stessi posti, così le notti mi sembrano più brevi, e la solitudine meglio arredata. Ma è in quella Milano che io torno, per sentirmi a casa. Dal 95 sono cambiati i posti, la città si trasforma seguendo un disegno che pochi capiscono e ancora meno anticipano. Le zone brutte diventano ghetti per ricchi, il centro è una scatola di vuoto pneumatico pieno di brasiliani che cucinano sushi per uomini truccati come puttane e puttane che fanno gli uomini decidendo il ritmo. È Milano, è sempre stata così. Sotto, appena sotto le coperte di squallore lussuoso che il circo borghese cuce sulle sue circonvallazioni, restano questi segni, queste vite, queste storie.

Insieme alla Beat Generation mi sono innamorato di questa ghenga di sbandati, che hanno usato la poesia delle parole come arma per combattere una guerra che sicuramente non hanno vinto, ma hanno festeggiato con vino, rhum e gin.

Davvero non so quanti di loro oggi guidino autobus, o dipingano muri, o lavino macchine, pochi sono famosi, ma tutti scrivono. Tutti bevono o bevevano. È un modo stupido di combattere, ma al fronte ci si arrangia un po’.

Resistere resistiamo, ma non sappiamo bene a cosa. È il nostro modo di esistere, non è un difetto, e dei pregi non ha il sapore ne l’odore. È così che mi sono ricordato di Andrea. Adesso che è morto. Da vivo resisteva, e ha disegnato molte delle rotte che noi, che navigavamo sotto la coperta della città, abbiamo seguito.

In clandestinità abbiamo affrontato inverni peggiori, e ci siamo sempre stretti alle nostre cose, al nostro scrivere, al nostro resistere. Così abbiamo imparato e così facciamo.

Ciao Andrea

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