Tu – Blondies

Guido con una mano sul volante, l’altra pigramente appoggiata sul testicolo destro, il palmo sulla coscia a dire il vero e l’indice sul testicolo, quasi a indicarlo.

La strada scorre, le luci mi danno fastidio, forse sto diventando miope. Passano alla radio una canzone noiosa, sono diventato irascibile anche sulla musica, forse sto diventando vecchio. Cambio stazione, alzando la mano e scorrendo con il dito sullo schermo. La mano sinistra salda sul volante.

La città scivola via, sono distratto e non noto nulla. Sono stanco e distratto.

Mi accendo una sigaretta, anzi si accende da sola, perchè questa froceria che fumo adesso fa tutto da sola. Nemmeno più il gusto macho di rollare, leccare, accendere. Aspiri e basta.

Niente musica, così cambio e prendo il telefono. Metto pezzi a caso.

Partono i Manchester Orchestra. In una delle ultime rivoluzioni del database, quando voglio comodamente sdraiato sul mio letto cambiare un pezzo della mia vita e allora tolgo dal telefono musica e ne aggiungo di nuova, sentendomi anche un uomo migliore, avevo tolto i Manchester Orchestra, per fare posto a qualche pacchianata che mi piaceva al momento. Poi li ho rimessi. Mi piacciono, mi sarebbero piaciuti comunque, e sono un ricordo fortissimo.

Uscivo da casa tua tardi, di notte, sbronzo, di champagne o di bianchi da pesce il più delle volte Falanghina o Muller, con l’odore del tuo corpo sulla barba, la stanchezza sulle spalle, e i sensi di colpa che mi bloccavano le caviglie.

Salivo in macchina, ero diventato bravo a parcheggiarla nello stretto vialetto, in salita e al buio, e mi accendevo una sigaretta, l’ennesima. Tiravo giù il finestrino e accendevo la radio. Mettevo un disco dei Manchester Orchestra. Partivo, dieci minuti ed ero a casa.

Così per mesi.

A volte mi fermavi sulla porta, prima di uscire. Non mi fermavi, non mi hai mai fatto nulla, mi facevi capire. Ti mettevi sulla porta, con le mutande e le scarpe. E io crollavo.

Scopavamo appoggiati alla porta, come se non lo avessimo mai fatto, come fosse stata la prima volta della sera, poi ti spostavo sul divano.

Così ci salutavamo.

Facevo le due rampe di scale senza fretta.

Non avevo nessuna fretta, perchè ovunque sarebbe stato uguale. Non avevo posti dove andare, al di fuori delle tue fottutamente belle gambe, delle tue tette, piccole e ordinate e della tua pancia. Era lì che tornavo.

E mi sembrava giusto restare.

Riprendo a guidare, semafori lunghissimi, rimetto la mano sulla coscia, appoggio il gomito al bracciolo, l’indice ancora a indicare il coglione destro.

Povero, il coglione sinistro. Che nessuno se lo fila.

Gli album dei Manchester Orchestra hanno un potere narrativo enorme. O forse sono solo i ricordi. Non ho voglia di combattere con nessuno, per difendere i Manchester Orchestra o per difendere noi.

Di noi è rimasto pochissimo, ricordi miei, non so nemmeno come stai. Ogni tanto ci penso. Senza rimorsi, senza dolore. Sei un ricordo neutro, sei un evento profondo e lungo, che è successo. Che non risuccederà.

Meno male che ci sei stata, a volte penso.

Come mentre guido.

Mi hai fatto crescere, in sei mesi, più tu di molte altre cose.

Era necessario, mi sono sempre detto. Ho scoperto che mi sono detto un sacco di bugie, per un sacco di tempo. Non eri per nulla necessaria, ma sei stata indispensabile.

Guido fino alla via di casa. Tutto buio e tutto immobile, proprio come quando tornavo da te.

Parcheggio, lentamente. Spegno la macchina. Respiro.

Proprio come quando tornavo da te.

Adesso sono in grado di darti un nome, di ringraziarti, di guardare alle tue gambe come un dono, indispensabile cinque anni fa.

 

 

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