Orfani

Novembre ci lascia sempre orfani della speranza dell’estate. L’autunno ci avvisa, molle nei modi, quasi non fosse convinto. E poi arriva novembre, orfani del caldo e della luce. Insindacabile.

L’odore di umido sui vestiti, il continuo piovere, tra mattine, pomeriggi, sere, sempre grigi, i panni stesi che non asciugano, la fretta di rimettere sempre le stesse cose, sentirsi sempre un po’ inadeguati, orfani dell’eleganza, quella dei bambini, degli armadi pieni di cose pronte.

Mi guardo, ci guardo, nelle foto che abbiamo scattato. Ci facciamo le foto, tante foto, quasi per renderci conto di cosa siamo davvero. Sorridiamo, nelle foto, guardando un punto infinito, lontano. Non ne abbiamo mai nessuna dove ci guardiamo a vicenda.

Che è un bel modo di descriverti e descrivere cosa ami di me. Non il guardarti, ma il guardare con te avanti.

Dicono che il futuro faccia meno paura, se guardato con quattro occhi.

Io non ho mai avuto paura del futuro, perchè ero troppo preso a spaventarmi del mio passato. Forse per questo cammini con i miei occhi e io mi affido ai tuoi per guardare indietro. Forse per questo ci amiamo.

Siamo orfani, ci hanno ucciso i sogni, forse siamo anche complici di questo omicidio. Abbiamo cresciuto sogni importanti e poi li abbiamo visti salire su un tram, a novembre, sotto la pioggia. E non li abbiamo visti più tornare.

Ho preso una stanza, due scrivanie e una moquette dura e grigia, per lavorare. Mi serve di avere un posto dove appoggiare tutte le cose, ogni tanto, e sedermi. Non mi serve un ufficio, mi serve una stanza. Ha sei finestre, e passa una strana luce, quella di novembre. Affaccia su un cortile, davanti a una ciminiera, vecchia di un secolo ma appena rifatta, con i suoi mattoni rossi e il camino illuminato. E’ una cattedrale urbana, un omaggio a quella parte di città dove si è lavorato tanto. Restano le strade larghe, fatte per accogliere i camion, restano i prati abbandonati, che circondavano le fabbriche, restano le puttane la notte, sotto la pioggia, restano le trattorie piccole, ma tanto accoglienti. E le ciminiere. Sono quartieri orfani dei loro figli, gli operai. Che sono in pensione, i cui figli vanno in università.

Il mondo mi sembra nudo, precario, come un bimbo che sta imparando a camminare, o come un vecchio che, stanco, traballa. Il mondo mi sembra un posto poco accogliente, se è orfano dell’amore che mi dai.

E’ come se colorassi le cose, anche la città, con quel tuo modo di ragionare, così ostinata. Ogni giorno mi dai una ragione per sentirmi nudo come il mondo senza di te, ogni giorno mi dai una ragione per accendermi nervosamente una sigaretta, ogni giorno mi dai un’occasione di sentirmi orfano senza di te.

Sei madre dei miei ricordi più intensi, sei complice delle mie notti rubate, per fare l’amore, per scopare con dannazione, per piangere, per mangiare senza un’orario ragionevole, sei l’autrice delle mie più piccole fissazioni, che si ossidano al mio carattere per fare una, inutile, resistenza, alla tua invasione.

A volte mi mancano pezzi di te, che ritrovo camminando, nelle altre donne.

Novembre ci lascia orfani dell’estate.

A noi, che quasi per colpa nostra, siamo orfani dei sogni.

A noi due, che per scelta, siamo sopravvissuti alla rabbia e alla confusione.

Ti regalerò un cappello rosa, in primavera.

Per vederti indossarlo.

E’ un modo per non pensare a novembre, che ci lascia orfani.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...