Ernst

Ernst viveva una vita semplice, pianificata, costruita sulla inossidabile certezza della morte, da attendere facendo proprie tante piccole abitudini, tante piccole infelicità.

Dovete immaginarlo seduto, poco dopo le quattro del pomeriggio, ad aspettar l’arrivo dell’ora del the, senza fare nulla se non guardare la sveglia appoggiata sul piccolo tavolino sotto alla finestra.

I suoi odori erano quelli della paura e delle piccole sicurezze: l’odore di chiuso di finestre mai aperte, l’odore di capelli lavati poco, quelle ciocche unte che sono un semplice manifesto della pigrizia.

Ernst viveva di una solitudine malinconica, lontana dall’essere preziosa come le solitudini ricercate sanno essere.

Era stato viaggiatore. Aveva semplicemente smesso.

Era stato molte cose, molte delle quali degne di nota, molte interrotte semplicemente per non incorrere nella difficile scelta di dover scegliere.

Così la sua vita era diventata come un faggio avvizzito da un autunno troppo lungo, pronto a morire in un inverno freddo. Semplicemente non pianificava di vedere un’altra primavera.

Così come Ernst, molte delle vite che orbitavano intorno alla sua erano abbandonate a una rotta perpetua tra noia e inedia, senza una meta ne una fine prevista.

La certezza della morte faceva mettere dei punti alle frasi troppo lunghe, faceva evitare di iniziare anche il più semplice dei progetti, faceva morire anche la più lucida delle idee.

Così aspettando, moriva.

Lentamente ma consapevolmente.

Si chiedeva, a volte, se era meglio morire così oppure provando a sopravvivere come la grande maggioranza delle persone che aveva incrociato negli anni. Destini inconsapevoli, illusi, arrabbiati, che costavano fatica e basta.

Quanti ne aveva incontrati così?

Forse per questo si era arreso, lentamente.

Come ci si arrende a una sconfitta che è impossibile da evitare.

Così era diventato la promessa di una fine, inesorabile per tutti ma più forte per lui, come se fosse più immediata.

Un giorno conobbe Giulia.

Per sbaglio.

Ovviamente.

Per errore, per disattenzione, per mancanza di velocità nella fuga.

Lui, i suoi capelli, un po’ unti, le sue spalle un po’ curve, il suo tono di voce debole.

E Giulia, che era più bella di molte donne, più giusta di molti errori che gli uomini fanno, deragliando dai binari ordinati delle loro vite, più di quanto un uomo potesse volere in molti casi.

Giulia

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