Non me lo aspettavo così – figli e padri

Il Piccolo cresce, si direbbe vertiginosamente. Supera, in altezza, gli amici un anno più grandi e in intelligenza buona parte dei suoi compagni. Ha le costole a vista, magro come se non mangiasse mai, la schiena dritta e le scapole fuori, segno di una altezza venuta troppo presto. Ha le mani di un bimbo, che fanno cose da bimbo, e il naso ancora non pronunciato. La voce cambia, di giorno in giorno, ma non te ne accorgi, se non riguardando vecchi video. Ha i piedi lunghi, come i miei, le ginocchia perennemente sbucciate, le gambe muscolose. La testa è grande, per questo raccoglie tutti quei pensieri che lo fanno rimanere spesso in silenzio. Gli occhi vivaci al mattino e stanchi la sera, come quelli di tutti i bambini d’estate. La pelle odora ancora di bambino, qualche pelo spunta sulle gambe, ma si vede che è l’inizio di una cosa che arriverà con il tempo.

Cresce il suo corpo, è un corpo bello e forte, lo porterà in giro senza grossi problemi, si direbbe.

Cresce la sua anima, trova sempre più spazio nel corpo e nel mondo. Prende le misure, la sua anima, con gli amori del padre e della madre, con il disordine della scuola, con l’ordine delle case, due, la fortuna dei figli separati è di avere due case. Una è un rifugio dell’altra. In una si tengono i sogni, nell’altra i giochi. Due letti, per gli stessi sogni, due televisioni, per gli stessi cartoni, due vite, parallele, scandite da ritmi che, per fortuna, sono ragionevoli. Lo spazio è l’unico vantaggio della separazione, per un bambino. Raddoppia, e aiuta a superare la paura che si dimezzi l’amore. La matematica della separazione è una scienza difficile e approssimativa. La fisica della separazione raddoppia gli spazi da riempire.

A volte chiede, sempre più timidamente, che sua madre e suo padre tornino insieme. E’ un sogno sempre più debole, un ricordo sempre più spento, un desiderio che si sta arrendendo alla vita. Ma lo chiede.

A volte chiede, sempre meno timidamente, di essere lasciato solo. Si siede sul pavimento, incrocia le gambe, e gioca da solo.

Preoccupiamoci, mi diceva una voce, la voce che tutti i padri hanno nella testa, che urla appena il figlio non sorride, che urla appena il figlio non fa le cose che ti aspetteresti. E’ la voce dell’egoismo, che sogna per gli altri una vita simile alla tua. Stupida la voce, stupide le orecchie che la ascoltano.

Invece no. Non mi preoccupo. Anzi. Lascio che questi silenzi, queste pause, mi entrino nel cuore, e mi facciano ragionare. Il silenzio di un bambino.

A volte ride, la risata di un bambino. Ride per le cose belle, divertenti, per un film, per un ricordo, per una battuta, per suo padre che cade. Ride di un riso contagioso, pieno. Cado apposta, lo ammetto, solo per sentire quella risata. E’ una complicità segreta che mi ha dato mio padre, uomo serio e buono, che sa farmi ridere tantissimo.

A volte piange. Per stanchezza, quasi sempre. Si stanca della vita, della rabbia, della noia, e piange. Il pianto stanco fa grandi lacrimoni.

Siamo due maschi. Siamo due maschi fatti uguali, padre e figlio. Non fatti benissimo, a dire il vero. E ci osserviamo. Ci guardiamo con curiosità, ci prendiamo le misure, ci tocchiamo. Sarà una grande storia, la nostra, del prenderci le misure e del provare a oltrepassarle. Lo si vede già adesso.

Colpa mia, che vivo la vita sfidandone i limiti, da quando ero bambino. Colpa sua, che in una volta sola ha ereditato i grandi piedi, il sorriso, e la testa.

Dura, dice suo nonno, che è il capostipite di queste nostre teste.

Per mio figlio ho inventato una vita intera, buttando via quella che avevo prima, ho lasciato che lui ne disegnasse i confini, li proteggo gelosamente, ho fatto insieme a lui un progetto, per andare insieme verso un punto, che resta sempre un po’ oltre a dove siamo arrivati.

Ci andiamo ancora per mano, anche se, giorno dopo giorno, la mano del padre è sempre meno cercata. Anzi, davanti agli altri, agli amici, è meglio non offrirla, la mano. Che lascia imbarazzo.

Mi abitua, giorno dopo giorno, a un amore in cui lui detta le regole e io i confini. A volte le regole e i confini non vanno bene insieme, allora una piccola guerra, incendio veloce negli occhi e nella voce, scoppia violenta.

E’ l’amore più grande, se guardi i confini, che abbia mai vissuto. E ogni guerra lo rende più grande, ne disegna nuovi confini.

Per questo lascio che a vincere queste guerre sia sempre lui. Io mi limito a osservare, il mio orgoglio, la mia vita, i miei ritmi, sgretolarsi come torri di un castello che, a dirla tutta, era quasi inutile costruire.

Mi piace lasciare che scopra da solo le cose. Le cose belle, che poi si trasformano in un racconto stupendo. E’ bello sedersi, e stare ad ascoltare un bambino che racconta una cosa che credevi di conoscere perfettamente. Invece è tutto nuovo.

Le cose brutte, il dolore, la sofferenza, la morte, il rifiuto, l’amore dei grandi, che è spigoloso e difficile da capire se sei grande, figurarsi se sei piccolo. Mi limito ad esserci, a stare dietro di lui, a portata di abbraccio. Le mie misure sono queste. Le distanze si misurano in abbracci e la presenza non si misura in ore ma in sorrisi.

Mi chiede di spiegargli le cose. Tutto. E’ lecito chiederlo. Ci si aspetta da un padre, l’amore spiegato al mondo e il mondo spiegato con amore.

A spiegare le cose a un bambino, a volte, le capisci meglio anche tu. E’ una sorpresa, ritrovarsi a capire la vita un po’ meglio, grazie agli occhi di un bambino.

Lo affascinano le misure, la matematica dei numeri e quella degli oggetti. Niente di più lontano da me, che adoro la fisica delle parole, la metrica della punteggiatura e il ritmo delle frasi.

Allora io faccio i conti con il mio non saper fare i conti, una fatica enorme.

Leggiamo insieme, i libri sono un mondo che sta scoprendo, mi fa felice.

Parliamo di Dio, c’è un grande bisogno di Dio nel mondo, e un grande bisogno di portarcelo facendo cose e non parlando.

Parliamo anche di viaggi e di sogni.

Non sa cosa vorrebbe fare da grande. E chiede a me, cosa volevo fare alla sua età.

Il tramviere, rispondo.

Lui ride.

Il tramviere del 9 o del 29.

Che fa il giro della città.

Poi sono finito a fare altro.

Per questo, gli dico, non è fondamentale che tu lo sappia già adesso, cosa vuoi fare. Basta che, a un certo punto, tu ti accorga di non esser padrone del mondo e del destino, tuo e di chi ti sta vicino.

Lui ride, le cose profonde lo fanno ridere.

Io rido. Le cose che fanno ridere un figlio, fanno ridere anche un padre.

Non me lo aspettavo così.

 

 

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