Arrivederci (tranquillo)

Non so come, ma sono finito ad aprire il secondo cassetto del comodino e a guardarci dentro. Cercavo, forse, qualcosa. È un cassetto contenitivo. In ogni casa ce ne è uno. Serve ad accumulare cose, misteriosamente ritenute necessarie, fino all’esplosione. Poi si apre, di solito una domenica di novembre, quando ti viene voglia di pulire la vita, e si svuota. Quasi tutto, tutto quello che sembrava indispensabile, viene buttato.

E ho trovato un quaderno, nero, piccolo, con scritte solo domande. Ogni pagina una data e una domanda. Ho passato un periodo abbastanza lungo della mia vita a farmi domande. Le scrivevo.

Era, forse, un modo per rimuovere il dolore, di cancellare la paura, di avere più sicurezza. Non lo so, davvero, perché ho iniziato un quaderno di domande.

No.

Non ho ancora risposte. Alla maggior parte delle domande che mi sono scritto, non ho ancora trovato risposta.

Non mi spaventa, anzi provo quasi sollievo. Avessi le risposte che cerco, che ho cercato, sarei annoiato.

Sono domande belle, rotonde, profonde, dei pozzi per l’anima.

Poi mi sono trovato a fare la borsa per il mare.

Mettere sempre meno cose, avere sempre meno bisogno di cose.

Poi mi sono trovato in un parcheggio, sotto grandi Pini marittimi, assordato dalle cicale, avvolto dal caldo afoso, accerchiato dalla gente.

Il mare.

Mi ricordo di un viaggio a Ponente, era Pasqua, una Pasqua bassa di almeno una decina di anni fa. Sicuramente di più.

La spiaggia deserta, il freddo, e l’illusione di trovare risposte nel mare.

Viaggiare fino al mare covando la segreta speranza di arrivare e trovare risposte. Era una delle mie più docili debolezze, quella di cercare risposte nei posti, nelle persone.

Ci credevo.

Imbraccio lo zaino, ho deciso di camminare, con lo zaino pieno. Porto poche cose. L’indispensabile.

Ma è pieno.

Cammino seguendo la linea dei faraglioni, secoli di calcare, sabbia, ciottoli, rosmarino, pini, cicale.

L’odore del mare e del sudore, i piedi che scivolano.

La sensazione di non essere indispensabile al mondo.

Mi era già venuta, una volta, la prima volta che, seduto nella metro di New York, ho avuto l’idea di essermi perso. E di non essere indispensabile.

Una leggerezza stupenda.

Accarezzo la testa della donna che mi accompagna. È stanca. Ciondola insicura, sul sentiero che scende verso il mare.

È la donna più bella che mi abbia mai accompagnato. Per come mi accompagna. Per come evita di aspettarmi. Per come si fa inseguire.

Assomiglia alla nostra vita, questo sentiero. È difficile, scivoloso, adesso è anche scomodo.

Succede, quando la destinazione è un posto meraviglioso, che si debba fare fatica.

La tengo per mano. Io non sono bravo ad amare. Non lo sono mai stato. Mai.

Eppure tenerla per mano, accompagnarla, è la cosa che mi viene più naturale.

L’ultimo pezzo del sentiero è un incubo di sassi, lastre di roccia, aghi di pino. Ci superano tutti.

Coppie di turisti, come noi, gruppi di ragazzi.

Scendono sicuri, un passo invidiabile.

Io non voglio arrivare primo.

Non ho fretta.

Voglio arrivare. So dove voglio arrivare. E con chi.

Ecco, su quel quaderno nero c’è una domanda, in una delle prime pagine. Anno 2009.

Perché non sono capace di amare?

Che è posta male.

Amo tantissimo. Ho amato tantissimo.

A volte male.

Non ho la risposta.

Non cerco risposte.

Ho una destinazione. Ho, per la prima volta, una compagna.

Inaspettata, se volete.

Una compagna, su questo sentiero, in cui non abbiamo fretta e traballiamo come se fossimo lì per ballare la musica delle cicale. Un ballo tutto nostro, il catalogo delle nostre insicurezze, la fiera delle nostre debolezze, uno spettacolo pirotecnico di difetti. Un sentiero davvero difficile, se ce lo dicevano prima, ci portavamo le scarpe giuste.

Nella vita non ho mai le scarpe giuste.

Lei ne ha un sacco di scarpe. Adoro i suoi zoccoli nuovi, sanno di mare e di dolcezza.

Ma qui servivano scarponi da montagna.

Pazienza, rallentiamo.

Insieme. Così facciamo, noi, da quando ci siamo incontrati.

L’idea è questa. Io risposte non ne ho ancora, e il quaderno lo ho buttato nel cestino di una fermata dell’autobus. Era inutile tenerlo, come la maggior parte delle cose che ci sono in quel cassetto.

Però ho un sentiero su cui andare.

E, quando è difficile, quando diventa ripido, quando è sconfortante, rallento, e ascolto le cicale.

Arrivo.

La guardo. La bacio.

Siamo arrivati, le dico.

Che bello, mi risponde.

Succederà ancora, che arriviamo. Noi arriveremo.

Le dico.

Ma non capisce.

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