Ciuccio Frizzante

Tutte le caramelle costavano dieci lire. Tutte tranne i ciucci frizzanti, cinquanta lire. Uno sproposito. Prendi gli spumoni, dieci lire. Le banane, dieci lire. Le fragole gelatinose, dieci lire. Anche le coca cole, frizzanti, quasi acide, dieci lire. Non si capiva perchè i ciucci frizzanti fossero a cinquanta lire. Non erano nemmeno più grossi delle altre caramelle.

Dietro al bancone c’era Nina, la moglie del proprietario. Serviva i caffè e si occupava della tabaccheria. Aveva due seni enormi, gonfi, giganteschi, per tre quarti messi fuori, illuminati dal sole che entrava dalla vetrina.

Marco mi aveva appena insegnato a fumare. Non ci vuole molto, ad imparare a fumare. Solo devi imparare a non tossire, a nascondere il pacchetto da dieci, e a darti delle arie da grande mentre fai le prime boccate. Avevamo fumato insieme, Marlboro rosse, in un vicolo proprio dietro alla tabaccheria.

Una spesa in più, per le mie finanze pericolanti. Dovevo tenere una parte dei miei soldi per i gettoni della sala giochi, una parte per i ciucci frizzanti, e adesso una parte per le sigarette.

Avevo una fidanzata, si chiamava Francesca. Era della provincia, il padre era un uomo basso, sempre ben pettinato. Aveva anche un fratello piccolo, che si portava sempre in giro. E due tette enormi, anche lei.

Ero circondato da seni enormi.

Ed ero felice.

Francesca non era felice di essere la mia fidanzata. Anzi.

Non ero un buon partito. Ero bravo a basket, ero simpatico, niente di più. Cercavano, Francesca e le sue amiche, quelli vestiti bene, quelli forti, i capi.

Io non avevo nessun interesse a vestirmi bene, ad essere un capo. Giocavo a basket, fumavo un paio di sigarette, tornavo sempre a casa presto. Questo mi bastava.

Così, la nostra storia d’amore non andava un granchè bene.

Anzi.

Si avvicinava settembre, che era il banco di prova di tutte le storie d’amore. Perchè tornare in città significava decidere se continuare a vedersi o lasciarsi.

Così Francesca una sera aveva voluto parlarmi.

Ci eravamo incontrati nel buio di un vicolo.

Fumavo.

Lei mi aveva baciato, appassionatamente, scoordinata. Le avevo subito toccato il seno destro.

Mi dava sicurezza.

Poi era scoppiata a piangere.

Mi aveva confessato di avere un altro fidanzato a Milano. Poco male, avevo pensato. Avrei dovuto studiare molto, giocare a basket, fare le mie cose. Quindi quasi meglio.

Aveva detto che ci saremmo dovuti lasciare, sabato. Mancavano tre giorni.

Poi mi aveva lasciato lì, nel vicolo.

Il pomeriggio dopo ero andato a comprare duecento lire di caramelle.

Nina aveva una maglia verde scuro, i seni, esplosivi, quasi tutti fuori.

Mi sorrideva sempre.

Un signore, prima di me, stava comprando le sigarette.

-Nina se mi fai vedere le tette ti lascio la mancia!

Aveva urlato, per farsi sentire da tutto il bar.

Lei era scoppiata a ridere.

E poi, sempre ridendo, si era messa davanti al bancone e con due mani aveva tirato fuori la tetta destra. Un esplosione, una specie di eruzione, da quella maglia verde. Kili di carne, rosa. Lei rideva, tutti ridevano. Alcuni urlavano.

Io ero fermo, davanti alla cassa, con gli occhi sbarrati e duecento lire in mano.

Poi era tornata in cassa, sistemandosi il seno.

-Tu non chiedermelo, piccolino. Che sei troppo giovane per queste cose.

Io ero arrossito, sentivo le guance esplodermi.

Presi le caramelle e uscii.

Alla sera chiesi a Francesca di farmi vedere il seno.

Mi guardava senza espressione.

Poi mi chiese di seguirla.

In un vicolo.

Arrivati sotto a un lampione, si tirò su la maglietta.

Due seni, grandi, tesi, più scuri.

Ne toccai uno, con la mano.

Con l’altra tenevo la sigaretta, spenta.

Poi mi baciò.

E se ne andò

 

 

 

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