Se capita, perchè no?

Dodici chiavi, in un mazzo senza nessun portachiavi. Tutte uguali, tranne una, rosa. Un anello, latta rovinata, che le tiene insieme. Appoggiate sul mobile laccato, vicino alla porta, proprio sotto alla fotografia in cui due facce sorridenti, acqua sui capelli bagnati, sulla pelle, guardano l’infinito dell’obiettivo. Che in questa casa diventa la porta della cucina.

Chiusa.

La luce viene dalla sala, passa densa tra la polvere che rimane sospesa, si vede riflessa sulla copertina di un grande libro, lucida la copertina riflette, il resto è un divano in disordine, cuscini sparsi, i resti di una battaglia tra l’uomo e la sua tv, persa dall’uomo a giudicare dallo stato del divano. Sul tavolo, nell’angolo della sala vicino alla finestra, una bottiglia di vino, rosso, ne restano quattro dita, aperta. Un bicchiere, quasi vuoto. Due piatti, uno porpora, il secondo azzurro, di un azzurro bellissimo che ricorda la Grecia, il mare, l’estate. Ti viene da cercare la sabbia sul pavimento. Invece ci sono un paio di pantaloni, lanciati, una camicia, e un paio di scarpe di cuoio marrone, quel genere di scarpe vecchie al punto giusto, con la forma dei piedi, la pelle tirata, le storie dei passi che hanno fatto, della pioggia che hanno preso, e della vita che hanno vissuto. Il cuoio delle scarpe, se è un buon cuoio, è il manifesto migliore della vita dell’uomo che le indossa.

C’è odore di miele e cera, candele ebraiche, appoggiate su un mobile, colate in parte, forse sciolte dal caldo. Ricordo di un viaggio, forse di una vita passata, odore acre e intenso.

Tutto così immobile, sospeso.

Un luglio terrificante, per il caldo, dicono. Per la noia, altri dicono. La città si spegne, muore, si accascia, si arrende, al caldo che fonde i marciapiedi, che piega l’orizzonte, che uccide i vecchi e terrorizza le mamme. Così i momenti di vita sono la sera, quando cala il sole, e il mattino, quando sorge, fa già caldo, ma è ancora sopportabile.

Si alza, barcollando, per l’insicurezza, non per la sbronza. Non c’è alcol da smaltire, solo noia da combattere. Da fare i conti con la reale voglia di alzarsi, per affrontare ancora tutto.

Entra in sala. Si siede al tavolo, guardando la finestra, le spalle curve, le mani giunte con i gomiti appoggiati sulle gambe. Come se dovesse osservare un particolare. Qualcosa di fondamentale, da trovare nell’orizzonte ritagliato dalla finestra.

Si vedono solo alberi, palazzi, cielo azzurro.

Resta fermo per dieci minuti. Respirando. Davvero, come se dovesse trovare una cosa fondamentale, nascosta nell’orizzonte.

Poi si alza, senza più barcollare.

Entrando in bagno accende la doccia e lascia cadere i boxer.

Il silenzio è rotto dal rumore dell’acqua. Dissacrante, l’unico rumore in tutta la casa.

L’acqua non è mai abbastanza fredda.

L’asciugamano non serve, sembra di tornare bagnati poco dopo.

Lascia i capelli bagnati, pettinandoli dietro, fa sempre ridere assomigliare a un gangster.

Si fa la barba con precisione metodica, sono linee di schiuma che scompaiono rapite dalla lametta, precisi tagli. Un rito.

Recupera i pantaloni e le scarpe in soggiorno. Indossa una camicia, azzurra. Ha solo camicie azzurre. Senza un motivo. Solo pigrizia, forse abitudine.

Prende il mazzo di chiavi. Le osserva.

Cerca una sigaretta sul mobile. Accende.

E’ ora di farlo, pensa.

Senza sapere come andrà a finire. Ma è ora di farlo.

Esce di casa.

Così è iniziato tutto

 

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