Less is More: l’uomo che sono

Stanotte ho scritto un pezzo per la rivista di moto. Avrei voluto iniziare scrivendo che si trattava dell’ultimo pezzo che avrei scritto. So che non sarà così. Ma è come se lo fosse.

Pensavo al motociclista che sono diventato. Disordinato, impreparato, con un fiuto incredibile per perdersi. Lontanissimo dal luccicante casino dei raduni e dalla moda della moto come giocattolo per grandi.

Ho scritto di questo.

E ho aperto un vaso di pensieri, densi, che mi hanno portato a una notte insonne. E’ raro per me, non dormire. Ma è stupendo, quando devi affrontare pensieri così grandi.

L’uomo che sono è come il motociclista che sono. Impreparato, cazzone, disordinato, fortunato.

Ascoltavo un padre separato da poco parlare, ovviamente di separazione.

E pensavo di aver capito.

Le persone vivono i lutti come ponti, una morte, una separazione, un trasloco, una malattia, un fallimento. Sono ponti tra il passato e il futuro.

Li attraversano portandosi dietro un enorme carretto di ricordi. Lo trascinano, faticosamente, ben attenti a non perderne nemmeno uno, di ricordo. Come la memoria emotiva fosse la cosa più importante delle loro vite.

Diventano vittime di questo trascinare. E restano su questo ponte più del dovuto.

Il mio disordine, la mia fortuna, la mia capacità di perdermi, è stato fondamentale.

Me ne sono accordo adesso.

Anzi, ieri notte.

Inconsapevolmente, per questo dico di essere fortunato, ho perso molto da questo carretto di emozioni, e qualche tempo fa lo ho lasciato andare.

Mi trascino dietro sempre meno roba.

Desidero sempre meno cose.

Voglio sempre meno scuse.

Assomiglia al viaggiare in moto, il mio vivere. Meno cose porti, meglio viaggi.

Io amo moltissimo le emozioni degli altri, le storie, i posti, i racconti.

Per questo devo fare spazio.

Forse ieri ho scritto l’ultimo articolo per una rivista fantastica.

Non posso portarmi dietro tutto.

 

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