L’amore ci estinguerà

(monologo in tre atti, lunghi uguali, senza interruzioni, se il Teatro lo consente senza nemmeno luci di scena se non una piccola luce, calda, mi raccomando che l’attore è nudo. Sull’attore non ho preferenze. Che abbia, ve ne prego, una voce calda. Che le voci calde, addolciscono anche le storie più brutte. Ci sarà una canzone, alla fine, che sostituirà i saluti al pubblico. E, per finire, un prezzo politico per il biglietto. Un po’ perchè il teatro è di tutti, e un po’ perchè bisognerebbe tornare a vederlo ancora. Che come il vino, decanta).

L’amore ci estinguerà. Lo penso davvero.

Lo penso mentre mi accendo una sigaretta. Avevo smesso. Ho ricominciato.

L’amore ci estinguerà, una roba tipo quella dei dinosauri, la Grande Estinzione dell’Uomo.

Le malattie ci decimano, ma ci danniamo per trovare una cura. Ci curiamo, ci ammaliamo di nuovo, poi moriamo. Come tutti. E’ il nostro destino.

Nascere, vivere, morire.

Amare è una cosa diversa.

E’ una scelta. Che ci porterà all’estinzione.

Non c’è cura, anzi più andiamo avanti, più deliberatamente lo facciamo.

Ci estingueremo per amore. Delizioso.

Avevo smesso di fumare. Nell’ultimo anno lo ho fatto quattordici volte, contate. Mi sono stancato dell’odore, del sapore, del gesto, della dipendenza, eppure sono qui, nudo, sul terrazzo, nel buio, a fumare davanti a una pianta di aloe, si chiama Norberto, che sta sopravvivendo con estrema fatica al suo primo inverno. Stava meglio nel vasetto dell’Esselunga, al caldo dell’Esselunga, o nelle amorevoli mani di qualche vecchia signora fissata con lo Yoga, l’Aloe, il Dalai Lama e tutto il pacchetto di cazzate orientali che solitamente addolciscono le solitudini urbane.

Comunque sto fumando. Pensando. In verità sto lasciando uscire pensieri, preoccupazioni, sogni infranti, dubbi, paure, proiezioni psicotiche sulla fine, imminente, del mondo, senza opporre resistenza.

Lo chiamo: fumare nudi sul balcone.

Perchè non sono bravo a dare i nomi alle cose.

Mi chiamo Franz, ho trentotto anni, da quasi due sono separato. Di questo parliamo, quando ci ritroviamo a fumare nudi su un terrazzino che affaccia sulla tangenziale, incurante del freddo e dei vicini di casa. Parliamo di sapere chi sei, che cosa vuoi, e perchè sei qui.

Mi chiamo Franz, ho trentotto anni, e sono convinto che l’amore, per come lo intendiamo, ci estinguerà. Per nostra scelta, lo stiamo decidendo noi. E noi ci estingueremo. I dinosauri, comunque, non sono mica stati così consapevoli. Si sono estinti per cause esterne, magari anche incazzandosi. Noi no. Lo scegliamo.

La separazione, per riassumere una cosa che difficilmente si riassume, figurarsi se si spiega, è uno strano misto tra un fallimento e un lutto.

Un luttamento.

Ed è la prima delle grandi questioni. Due cose non sono capace di gestire nella vita. I fallimenti e i lutti. Come la maggior parte degli uomini, della mia generazione perlomeno.

Ho vissuto tremendi attimi di terrore per un’insufficienza in Geografia, ed ero quello che alla fine di un colloquio di lavoro andava comunque in bagno a controllarsi la cravatta, per fare buona impressione anche sulla receptionist. Fallire è un’ipotesi, non sono un idiota. Ma è un’ipotesi che ho sempre gestito in modo particolarmente folkloristico.

Sui lutti, mi sia concesso, siamo un po’ tutti impreparati. La cosa più sorprendente, di ogni lutto, è l’eredità emotiva. Quella che non ti aspetti. Quel sasso che ti si poggia sull’anima, che poi impari ad andarci in giro, ma che fai di tutto, appena succede, per toglierti di dosso.

Mi chiamo Franz, e da quando mi sono separato resto fermo, spesso, in piedi, nudo, in contesti dove non dovrei, secondo il costume comune, esserlo, nudo intendo, a pensare e a osservare il mio corpo.

Quasi mi prendessi una pausa.

Come i pugili, tra il terzo e il quarto round. Sentono il pubblico, sempre più lontano, sentono l’allenatore, una voce indistinta ma famigliare, sentono la fatica, la paura, la stanchezza, e si staccano.

Esperienza extracorporea, il pugilato.

E anche la separazione.

Lo so, perchè ho fatto entrambe le cose.

Anzi, credo che una delle cose che più ha fatto innamorare mia moglie sia stata proprio il mio naso rotto, e quello sguardo bovino, da calo glicemico più che da performance atletica, che avevo dopo gli allenamenti di boxe. Uscivo, mangiavo bresaola, e bevevo cuba libre. Quantità enormi di bresaola e di cuba libre. Difatti, quattordici anni dopo, ho un intestino in condizioni precarie e un tessuto muscolare tenuto in piedi da proteine e alcool. Però non ho paura di prendere botte, se vogliamo trovarci un lato positivo.

Io mi sono innamorato delle sue scarpe verdi di vernice, con uno stretto tacco a spillo. Roba forte, soprattutto se indossata di martedì pomeriggio, come se niente fosse.

E come se niente fosse, ci siamo innamorati.

Tutte le separazioni partono così.

E in mezzo ci sono le storie, di uomini e donne. Il vivere. Ecco, il vivere un amore, ci fotte.  Un po’ perchè non ci nasci capace, imparato, sereno, nel vivere un amore. Un po’ perchè l’uomo, proprio perchè uomo, ha una innata capacità di fottersi, tassativamente da solo.

Si chiama talento.

E io ne ho da vendere.

Me lo hanno spacciato come una cosa positiva, come un fattore differenziante, ma in verità è una dorata prigione di lucidità e follia.

Mi spiego meglio. Il talento è quella capacità di discernere le cazzate, comprendere che si tratta, in effetti, di cazzate, e di farle, deliberatamente, ma che dico, appassionatamente, una dopo l’altra. Quasi a sfidare il destino.

Spoiler: il destino vince sempre.

Mi chiamo Franz, è quasi mezzanotte, ho trentotto anni e un giorno in più, nessuna intenzione di suicidarmi, anche se fumare nudi su un terrazzo assomiglia a una delicata forma di autolesionismo, anzi una grande voglia di vivere, e una serena convinzione:

l’amore ci estinguerà.

Ed è per questo che voglio raccontarvi questa storia. Non per lasciare commuoventi testimonianze, ne per scrivere seri moniti e nemmeno per denunciare una drammatica situazione, seppure l’incedere insolente della calvizia da stress, una odiosa pancetta da alcool, e le mie strampalate abitudini, tra cui stare nudo, siano buoni indizi di quella che la maggior parte delle persone definirebbero una drammatica situazione.

Non ci vedo niente di drammatico, se non per la questione dei capelli. Che puoi dirmi tutto quello che vuoi, ma fanno tanto, in quei trenta secondi in cui una persona ti giudica la prima volta che ti vede, i capelli. Un bel taglio di capelli è quasi meglio di un bel vestito, e gli uomini calvi sono costretti, dal destino e dagli ormoni, a deviare la strategia di conquista della fiducia su armi secondarie e meno precise.

Comunque, non pensavo di uscirne pelato, non pensavo nemmeno di uscirne, a dire il vero.

Ed eccomi qui.

A gestire un luttamento, facendo la cosa più ragionevole che si possa fare: fumare nudi davanti a una piccola pianta di aloe.

A me, perlomeno, sembra molto ragionevole.

(continua, per forza, più che per scelta. Ma qui si può fare una pausa, per riscaldare l’attore e per permettere che si fumi, lasciate che il pubblico si alzi ed esca. Uomini e donne. Che si guardino, con indifferenza, anche se entrambi, accendendosi le sigarette, stanno pensando perchè sono ancora insieme. Non perchè, scusate, ma:

come è possibile?

Ecco, una pausa utile. Che è valsa il prezzo del biglietto).

 

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