Andres

Nuno aveva spalle larghe, muscoli tesi sempre infilati in maglie aderenti, polsi piccoli e mani grandi e nodose, che appoggiava, come un pianista, sul tavolo di formica del Bar Nova, il primo tavolo dopo la porta, dove una volta c’era il telefono appeso al muro, adesso una pubblicità di gelati, con i prezzi ritoccati su pezzi di scotch di carta bianca, pennarello nero.

Restava al tavolo dalle 18 alla chiusura, tutte le sere, tranne il venerdì, giorno in cui andava davanti alla parrocchia di San Sepolcro, sedeva sulla panchina di fianco alla fontanella, e restava per un ora a guardare la facciata.

In paese lo chiamavano Andres, senza una particolare ragione.

Avrà iniziato qualche vecchio. A volte nella vita succedono cose senza una particolare ragione, senza una storia eccitante alle spalle, senza una serie di eventi. Succedono cose. Che a spiegarsele si fa molta, inutile, fatica. E allora è meglio darle per assodate.

Come per la storia del nome Andres. Andres e basta.

Anche al Bar lo chiamavano Andres, anche se sul quaderno a quadretti dove segnavano i sospesi era scritto Nuno, con una serie di 1,5 scritti di lato.

I bicchieri di vino, tassativamente rosso, tassativamente pagati al giovedì, almeno quattro a sera.

Senza una particolare ragione, quindi, lo chiameremo Andres, come tutti facevano.

Era arrivato in paese sette anni prima, scappando dal Portogallo, dove era arrivato scappando da qualche isola caraibica, come se la storia delle sue fughe non avesse mai avuto un inizio.

Vendeva coltelli, pentole Inox e ricariche a gas per accendini, su un tavolo pieghevole, al mercato del martedì. Difatti era arrivato di martedì. E poi si era fermato.

Senza una ragione particolare. Girava i mercati, e con il passare del tempo aveva aggiunto anche calzini bianchi di spugna, in pacchi da cinque, e limoni. Che crescevano nel giardino della sua casa, alla fine della statale, prima che il paese prendesse forma.

Aveva un furgone bianco, segnato dalla ruggine, un Mercedes, tozzo e basso.

Andres non aveva famiglia, sembrava anche abbastanza sicuro di non volerne comunque una.

Una volta si era quasi innamorato di una delle ragazze del tabaccaio, la seconda figlia, Irene.

Amava, Irene, restare a servire dietro al banco lasciando la maglia aperta di due bottoni, sorrideva, Irene, degli sguardi di tutto il paese, delle mance degli uomini e dei sospiri delle donne. Aveva capelli castani, boccoli ordinati, labbra rosse di rossetto, guance rosa e sembrava poter domare il segreto dei segreti: l’amore.

Andres comprava sigari, e guardava Irene.

Irene prendeva i sigari dallo scaffale di legno tarlato e luccicante.

Poi si girava e sorrideva.

Andres faceva a pugni con quel sorriso, con quella maglietta, con quelle guance, come tutti. Solo che Andres, forse per le sue fughe, forse per il suo nome, sapeva incassare meglio. Ed era stata Irene, per una volta, ad abbassare gli occhi.

I miracoli succedono tutti i giorni, avrebbe detto Don Alvaro, il Parroco, che ben conosceva Irene, le sue magliette, e l’epidemia di sguardi curata in chiesa, a furia di avemaria e candele accese fuori dal confessionale.

Andres e Irene avevano iniziato ad aspettarsi. I sigari, come spesso succede anche ai marinai, erano diventati una scusa.

Poi Andres è come se si fosse risvegliato, da un sogno, di colpo.

Aveva preso i sigari, e guardandola le aveva detto:

  • conviene, per il futuro che vuoi tu, che ti sposi il Dottore o il Commercialista. Beati loro, che vedranno dietro a quella maglietta, e dentro a quelle guance.

E poi era uscito.

Tra le altre cose, smettendo di fumare sigari.

Cosa che non era passata inosservata in paese. Un po’ perchè Irene aveva smesso di sorridere, allacciava due bottoni in più, ascoltava canzoni con accordi in diminuita alla radio, e rispondeva male.

Un po’ perchè erano in molti a sperare, spettegolare, sognare, di una storia tra quello strano zingaro e la figlia del tabaccaio, da sempre emerito cattolico, nazionalista, ricco per linea ereditaria e vizi dei paesani. Sarebbe stata una bella storia di cui parlare, pensavano le donne. Beato lui, pensavano gli uomini, che dello sguardo se ne erano accorti eccome.

Così una sera, nel silenzio e nelle prime nebbie tra la campagna, che confondevano il panorama, i lampioni gialli e le ombre veloci e chiuse nei cappotti, mentre Andres stava per uscire dal Bar Nova, che ormai aveva la serranda quasi calata e le sedie girate sui tavoli, il Sindaco lo aveva fermato quasi sulla porta.

  • portoghese, dimmi una cosa: cosa è successo poi tra te e la figlia del Giussani, il tabaccaio?
  • Ha un nome – aveva risposto Andres.
  • Irene, lo so.
  • E anche io ho un nome – aveva continuato
  • Andres, giusto?
  • No, ma va bene lo stesso
  • Dimmi cosa è successo, che tutti ne parlano, da quando è successo, quasi fosse la cosa più importante dai tempi della Grande Guerra.

Andres allora aveva messo le mani nelle tasche del cappotto, respirava facendo piccole nuvole di vapore e si era messo a guardare negli occhi il Sindaco

  • io ho una teoria  – aveva detto. Che assomiglia a una formula matematica o a una strategia di guerra, o a una grande verità.
  • Parli fin troppo bene, per un venditore di coltelli
  • perchè leggo molto
  • cosa leggi?
  • oltre alle istruzioni sulle scatole dei coltelli, i libri che trovo.
  • vai avanti, portoghese
  • La mia è una teoria che riesce a resistere a tutte le volte che ci ripenso. Come una lumaca, esce dopo i temporali, la mia teoria esce dopo che mi innamoro. In un certo senso, è una grande verità, di quelle che chi le scopre dovrebbe togliersi la vita in modo teatrale, quantomeno sospetto, per finire sulla cronaca nera, pagina dispari di un giornale letto dal dentista.
  • non ti seguo, portoghese.
  • perchè tu fai il sindaco con la stessa ambizione con cui le puttane della statale fanno l’amore con i vecchi. E non ascolti. Peccato, Sindaco. Il tuo lavoro, come quello delle puttane, se fatto bene è un bel lavoro. Comunque, la mia teoria è semplice e diretta. Ed è la ragione per cui ho smesso con Irene una cosa che ci avrebbe poi portato oltre gli sguardi, oltre il bancone, oltre i sigari e le guance rosse.
  • La amavi, portoghese?
  • certamente. So riconoscere l’amore e i coltelli di buona qualità. Spesso sono pericolosi allo stesso modo. Ecco la mia teoria: l’Amore ci porterà all’Estinzione, come l’asteroide ha fatto con i dinosauri. Non è innocuo l’amore, questo lo sapete anche voi che rotolate in matrimoni di convenienza fatti di discussioni, frasi spezzate, speranze disidratate e noia mortale. L’amore è un’arma pericolosissima nelle mani di un bambino bendato.
  • ma che diavolo dici…?
  • L’amore ci estinguerà. Come con i dinosauri… fidati di me.
  • E io ci voglio stare lontano, non voglio esser complice di una cosa così. L’estinzione dell’uomo dipenderà dall’uomo. Che ama, distruggendosi.

Così aveva finito, e senza salutare se ne era andato. Il Sindaco, diretto al Circolo vicino al Municipio, aveva riso di quella strana chiacchierata tutta la notte insieme a due assessori e al bidello della scuola elementare.

Andres il pazzo.

Andres, invece, era tornato a casa, aveva preso le sue cose, il furgone bianco, ed era partito.

Senza più tornare.

 

 

 

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