Bolle

Senza paura che rimanessero così, aggrovigliati, avevano lasciato che i loro destini non solo si incrociassero, ma quasi si fondessero in qualcosa, appunto, che assomigliava a un gomitolo di vite, di progetti, di sensazioni, di dubbi. La vita li aveva fatti incontrare davanti al sottopasso che portava dal quartiere del Carcere ai campi. Graffiti, un forte odore di piscio, buio pesto, e il rumore della Autostrada sulle loro teste.

J. camminava da solo, attraversava i campi per tornare a casa, tutti i giorni. Strada sconveniente, diceva sua madre. Non farla, diceva suo padre. E’ pericolosa, dicevano tutti.

Ecco fatto.

Quattro, intorno a lui in pochissimi istanti. Uno urla, sono stranieri. Anche se urli, qui sotto non ti sente nessuno, fai solo casino e respiri solo più piscio. Ma serviva per rendere l’idea.

L’idea era quella di prendere portafoglio, soldi, bicicletta a J.

Che era, è, sarà, una grandissima testa di cazzo.

Le teste di cazzo, per dovere di cronaca, in una qualsiasi situazione dove una persona normale lascerebbe correre, non lasciano correre. E’ nella natura delle teste di cazzo.

J. rispondeva, urlando. Nessuno sentiva niente.

Un pugno. Forte. Ecco come si risponde alle teste di cazzo.

Edoardo, Esposito Edoardo Maria, classe 1982, fisico asciutto, testa grande, ricci neri, occhiali fuori moda, era entrato nel sottopasso proprio mentre il pugno partiva con un ampio movimento del braccio, qualche secondo prima di schiantarsi sul naso di J.

Aveva visto: J. cadere dalla bici, i quattro tizi prendere la bici, i quattro tizi scappare, J. rimanere a terra.

Anche per uno come lui, nato e cresciuto nel quartiere a ridosso della prigione dove tutto suggerisce di farsi i cazzi propri, fin dalla tenera età, era troppo per non intervenire.

Edoardo non è un coglione. Ma nemmeno un codardo. Si butta sui quattro, senza un progetto ben preciso. La stessa tecnica che userà più volte nella vita, tanto da essere quasi il suo marchio di fabbrica. Buttarsi sulle cose senza un piano. Tipo sposarsi con Susanna, conosciuta tre mesi prima, su una spiaggia nel sud della Francia.

Il risultato è una specie di incidente tra un tizio secco e magro e quattro tizi con una bicicletta.

I quattro tizi scappano. Resta la bici, per terra. Edoardo, per terra. J., per terra.

Il primo ad alzarsi è Edoardo.

  • Hey, come stai?

Urla.

J. non si muove.

Brutta roba, pensa Edoardo.

Prende la bici e si avvicina.

Esattamente da quel momento, sedici anni fa, J. e Edoardo Maria, poi ribattezzato da J. EspMar, si sono trovati avvinghiati in un destino comune.

A oggi contano una decina di fidanzate in due, due ex mogli, abbastanza ingombranti, abbastanza arrabbiate, abbastanza pericolose, moltissimi capelli in meno, qualche acciacco che come avvisaglia di tempeste peggiori ogni tanto blocca una schiena o un sorriso, due moto, scassate e arrugginite, con le quali hanno fatto praticamente il giro del mondo sognando, e qualche viaggio sconfinando verso il mare. Moltissime birre, tantissime chiacchiere, una infinità di sigarette, molti lividi, qualche pianto, giorni di pioggia passati senza ombrello e giorni di sole passati a dormire.

Un gomitolo di destini, due vite, la serena certezza di non avere nessuna idea di come fare le cose, ma farle insieme.

  • bolle di sapone
  • che cazzo dici J.?
  • i nostri progetti.
  • cosa?
  • i nostri progetti sembrano bolle di sapone. Uno dei due soffia, l’altro li accompagna finchè esplodono. Comunque esplodono.
  • bella metafora cazzo.

Seduti davanti a una birra, alle 17.27 di un martedì pomeriggio di ottobre, parlavano di bolle.

La parte più interessante delle loro vite, quel gomitolo, sarebbe iniziata quella sera stessa.

E’ stupendo vedere gli uomini, impreparati, andare incontro ai loro destini.

 

 

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