A casa tutto bene

Mi sveglia una signora di mezza età, intrappolata in un costume che fa uscire pezzi di seno e abbondanti fette di culo, sudaticcia e lucida di crema. L'odiosa questione dell'umanità da spiaggia, l'odiosa questione del tracollo delle viscere piegate dallo scorrere degli anni, l'ancora più odiosa questione del mio essere svegliato.

Dormo da quando mi hanno lasciato solo, quasi dovessi recuperare una enormità di ore perse.

In verità dormo per cullare le mie emozioni. Mi addormento sotto al sole, mi sveglio in un bagno di sudore, nuoto fino a dove non c'è più traccia di questa umanità in calore, mi sfilo il costume e galleggio.
Quasi volessi abbronzarmi le palle, si direbbe a vedermi da fuori.

Mi consegno al mare. Offro il mio corpo, in una preghiera laica e gioiosa. Mi ha preso il cuore, l'anima, i polmoni, la testa.
Non che mi sorprenda. Sono venuto per questo.
Così, offro quello che manca del mio corpo, lascio che il mare si prenda tutto, mentre cerco gabbiani nel cielo.
Poi mi rivesto e nuoto verso riva.

Mi fermo sul bagnasciuga, lascio che i pensieri rimasti al largo mi raggiungano. A volte siamo pura poesia, io e i miei pensieri. Ieri pensavo al Sud America, agli amori di Marquez, alle feste messicane, robe così.

Oggi resto fisso su due tizi che giocano a racchettoni. Guardo lui, guardo lei. Sembro l'arbitro. Non penso a niente. Lei ha due discrete tette, un ragionevole culo, il tutto rovinato drammaticamente dai racchettoni. Lui ha forti pettorali, una discreta depilazione, un tatuaggio che risponde alla lotta tra la banalità e un cattivo rapporto con il suo analista. E gioca a racchettoni con ardore da tennista.
Io penso che gli uomini che giocano bene a racchettoni lecchino male la figa. Ma non ho a disposizione un campione statistico rilevante.
Ma lo penso davvero.

Mi rialzo sempre a fatica, e torno a dormire. Oppure cammino. Ieri ho finito le gallerie, ho trovato una caletta dall'acqua talmente trasparente da mandare in estasi, mi sono quasi ammazzato per arrivarci, bucando anche il costume, ci ho fatto il bagno nudo, e poi sono tornato in paese.
Passo e saluto, fischiando, gli amici dei bar. Ho amici in tutti i bar di questo posto.
Che la dice lunga su come io beva al mare.
Osservo la gente, camminando e sorridendo. Mi siedo su una panchina a scrivere.
Scrivo cose poco consistenti, pezzi leggeri come la carta da riso, pezzi d'amore, cose facili, ci metto citazioni difficili per cuori speranzosi, le scrivo sul telefono e le mando a chi saprà cosa fare dei miei testi. Mi ha risposto solo la prima mattina.

– cazzo, hai ricominciato a scrivere!

Scrivo cose facili, per ricordarmi chi sono, dove sono arrivato, chi mi ha accompagnato e chi mi ci ha portato. Nemmeno vorrei rileggere.
Magari ci infilo una rima, per risparmiare il lavoro a chi deve poi mettere in metrica i miei messaggi. Forse ne uscirà una buona canzone.
Poi torno in spiaggia. Mi sembra deserta.
Allora mi sdraio a dormire. Cullo le mie emozioni. Le coccolo.
Il riassunto di un'estate perfetta.
E del cammino che ho fatto per arrivarci.
Secondo me ne verrebbe fuori una bella storia.
A raccontare la vita che mi è rotolata addosso.
L'ultimo giro mi ha travolto.

Sei una bellissima lavatrice, le dico ogni tanto, alla mia vita.
Lo dico, di solito, quando sto a palle all'aria nel mare.
Secondo me dovresti venire con me in mezzo al mare, tornare poi a riva e osservare i pensieri che ritornano con noi.
Leggo fino a quando posso, la notte.
Dipende.
Magari scendo al bar. Adoro sentire il mio nome, urlato senza la zeta. Mi faccio dare del vino e osservo maschi pettinati e in camicia cacciare donne infilate in abiti colorati.
Avrei una teoria anche sugli uomini che mettono la camicia al mare.
Che non la dico a nessuno, perché alla fine ho messo anche io la camicia, per mangiare pesce in un ristorante elegante.
Niente male come esperienza. Ma preferisco restare nudo a guardare i gabbiani.
Perdo facilmente il senso del tempo.
Perdo anche il filo del discorso, dei discorsi che faccio da solo.
Mi siedo, e scrivo testi facili.
Cose semplici.
Ho emozioni troppo grosse, ci devo dormire sopra.
Aspettare.
Avranno i loro racconti, queste emozioni.
Li avranno.
Il dolore serve tanto quanto la felicità.
Mi dico.

Insomma, la signora mi sveglia, urlando nel telefono.
Mi alzo a fatica. Cammino verso il mare.
Mi ferma una ragazza.
Devo averla già vista.
Mi ricorda qualcosa.
Cerco di capire. Ma ho troppi pensieri per la testa.
Mi ricorda Milano. Ho quasi certezza che ci si conosca.
Potrebbe essere una mamma dell'asilo. Una mia cliente, una conoscente, una parente.
Potrebbe essere chiunque.
Mi guarda e sorride.
Mi chiama per nome.
Sorrido.
Levandomi la sabbia dalle spalle.
E mi chiede

– come stai?

Benissimo. Finalmente, mi verrebbe da aggiungere, ma ho imparato che benissimo basta e avanza.

E tu, rispondo. Bene, risponde. Ti vedo benissimo, difatti. Dice.

Bene. Sento il bisogno di dirle che voglio andare a fare il bagno nudo. Capisco che non sia il massimo dell'educazione, quindi sorrido.

– e a casa tutto bene?

Sorrido, cazzo. Non so a che punto della mia vita tu sia arrivata, a dire il vero non ricordo nemmeno chi tu sia. Sposto un paio di pensieri e due ragionamenti, per cercare un segno, un ricordo.

Ma poi capisco. Di colpo.
Non ho davvero idea di chi tu sia. Ma la risposta è facilissima.

– si.

Bene. Salutami tutti. Dice. Sorride e se ne va. Ha un tatuaggio sul polpaccio. Un delfino.
Cristo, è davvero possibile che io frequenti una donna che ha un tatuaggio di un delfino su un polpaccio?
Mi tocco inavvertitamente i coglioni, senza una ragione apparente. Procedo verso il mare.
Non ho nemmeno idea di chi sia.

Ma si, a casa tutto bene. È da un pezzo che io sono casa mia. Niente di più niente di meno. E, a dirla tutta, casa mia è davvero un posto stupendo oggi.

Merito, forse, dei bagni a palle all'aria.

Mi tuffo e mi perdo nelle emozioni che ho appeso alle pareti di casa mia.

È davvero un posto bellissimo, questa casa.

Appena li vedo, ti saluto tutti.

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