Me – postille di gioia

Posso permettermi di piangere.
Lo faccio, seduto su una sedia, rosa, su un terrazzo, nel buio, guardando stelle e traghetti.
Misuro il tempo, con le ore su questo terrazzo.
Mi forzo di scrivere.
Vorrei scrivere storie di mare, racconti, mantenere le promesse con me stesso, di scrivere ordinatamente.
Piango da prima che il grande Carro arrivasse sopra la montagna.
Misuro il tempo con terrazzi, montagne e stelle. Una trigonometria zoppicante affascinante per me e per mio figlio, completamente inaffidabile per il mondo esterno. Mi danno appuntamenti ai quali mi presento in ritardo, a piedi scalzi, sorridendo.
Questo terrazzo è un crocevia di emozioni, grappe bevute scrivendo, pianti, sorrisi, baci, tramonti, cene, pranzi, colazioni febbricitanti nel fresco del mattino.
Piango di gioia.
Incontrollabile.
Metto ordine nei pensieri, fumando mentre guardo le stelle. Ascolto Frank Turner, respiro, bevo grappa calda, che mio padre mi lascia in una tazzina per il caffè. Dice che è ottima per la febbre.
È successo, che io piangessi di gioia, in un passato talmente remoto da risultarmi sfuocato. Non ero io. Ero io, molte vite fa.
Mi viene in mente la Nanda, forse la donna più importante della mia vita, i suoi racconti su Pavese.
Mi viene in mente di aver pianto, di stupore, di amore, di gioia, a San Francisco, davanti alla City Light Bookstore.
Nessuno vorrebbe al suo fianco un uomo che piange davanti a una libreria.
Ascolto il mio respiro gonfiarsi, arrivano lacrime, sono solamente gioia.
Non riesco a scrivere.
La voce della Nanda.
– stai tranquillo ragazzino, è solo vita che brucia. La vita che brucia bene, fa piangere di gioia. Ringrazia il tuo dio, ragazzino.
Ero a Barcellona, quando la Nanda è morta. Leggevo Carver, pensavo di volere due figli e un cane, mi accarezzavo le basette, quasi fossero un trofeo.
Stasera guardo le stelle, ricordo di averti promesso che avrei scritto, senza curarmi di come o di cosa.
E lo sto facendo.
Sto scrivendo di me.
Perdo capelli, ho paura di diventare pelato. Mi confondo tra la gente di questo paesone appeso alla fine di una collina che muore dentro al mare, camminando a piedi scalzi, sorridendo e salutando. Un giorno vivrò al mare. Ho al polso un elastico per capelli rosa, e credo di aver rimesso la stessa maglietta degli ultimi tre giorni. Dal piccolo porto al mercato, poi fino alla piazza. Ci sono ancora i pompieri, che fanno spegnere il fuoco ai bambini. Accarezzo la salsedine, sulle braccia, sorridendo. Sembro matto a sorridere davanti a dei pompieri.
Ho una strana febbre, ha ragione mio padre, la febbre al mare si prende di notte.
Per questo mi sono affezionato alla mia febbre, quasi che le voglio bene, perchè di notte al mare si prende la febbre e tutta la vita possibile. Si rubano chiacchiere, baci, parole, silenzi, birre, sorrisi, canzoni, per forza che ti viene la febbre.
Al mattino amo camminare, fino alla fine delle colline. Mi piace vedere il mare da una distanza ragionevole, quasi facessi finta di allontanarmi.
Mi sono seduto sulla panchina di un convento, riparato all'ombra di un ulivo. E ho capito che avrei pianto di gioia.
Prima o poi.
Sono sceso a valle a grandi passi, come se avessi fretta. Di piangere questa gioia.
Ogni anno che passa mi ricorda che io, prima o poi, dovrò venire a vivere al mare. Mi viene in mente quando vago per gli aeroporti, cercando di bere per ingannare l'attesa e scegliendo biancheria intima senza avere nessuno a cui poterla regalare. Sono l'incubo delle commesse degli aeroporti, quando si tratta di combattere la nostalgia del mare. Sono ostaggio della mia cravatta per troppi mesi. Per questo cerco di rimanere nudo il più possibile. Quando sono qui.
Ho raccolto un grosso tronco, portato dal mare. Lo porterò a casa. Strani souvenir.
Nessuno vorrebbe al suo fianco un uomo che al posto di un souvenir si porta a casa un tronco, baciato dal mare, portato da chissà dove. E che piange davanti a una libreria di San Francisco.
Adoro scomparire nella gente, mentre la gente mette in fila le sue migliori ambizioni, le sue migliori camicie, per fare una coda, per prendere un gelato. Io, i miei piedi nudi, la mia maglietta di tre giorni croccante di salsedine e sudore, i miei capelli legati.
Da solo, ritorno sul mio terrazzo, che funziona da orologio, da memoria, da traghetto tra il tramonto e l'alba.
Piango di gioia. Lo faccio da solo.
Era da un pezzo che non lo facevo.
Ho scritto per provare a ricordarmelo. E perché ho promesso di scrivere.
Accarezzo le gambe, respiro, sorrido guardando il cielo.
E piango.
Nessuno, ne ho certezza, sta meglio di me, adesso.
Punto.

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