Corale (incipit)

Mi stupisco. Dello stupore proprio dei bambini, tanto è vero che io e mio figlio ci fermiamo nello stesso momento, davanti alle stesse cose. Proprio le stesse no, a dirla tutta. Facciamo finta ci venga il fiato corto, per fermarci sulla collina, e guardare il mare, assordati dalle cicale, coperti dal caldo, abbandonati nella pace di chi guardando il mare si sente, in qualche modo, salvo. Ci fermiamo, tra le gallerie della vecchia ferrovia, per ascoltare il ruggito del mare, guardando le pietre nell'acqua trasparente. Ipnotico il movimento del mare, ipnotico il colore, ipnotico il rumore. Infatti restiamo. Centelliniamo le parole, è mio figlio per queste cose, in queste cose si riconosce il padre. In un giorno, le possiamo contare. Ci abbracciamo, ad esempio. Al posto di parlare. Oppure, fermi su uno scoglio prima di saltare, ci accarezziamo la schiena. Mi stupisco di lui, mi stupisco con lui. Insieme ci nutriamo. Iniziamo le nostre giornate su un piccolo terrazzo, al fresco del mattino, mangiando in silenzio. Sono io che chiedo conto dei suoi sogni. Alla fine, è lui che risponde, con storie sempre più belle. Da sperare che le abbia sognate per davvero. Pranziamo sullo stesso terrazzo. Nel caldo di mezzogiorno. È l'ora in cui una signora, dal palazzo di fronte, una casa arancione e bassa, dritta verso il mare, stende il bucato affacciandosi nuda. Tutti i giorni. Io mi stupisco, il Piccolo ride, dei seni bianchi. Restiamo in casa fino a quando non sentiamo la voglia, il bisogno, di salire sulla collina, sudando, di un caldo feroce. E guardiamo giù, l'acqua, il mare profondo e poi più amichevole.
Io resto. Con gli occhi mi fermo, spazio dal Levante fino al Ponente. Non riesco a pensare a nulla. Lascio sulla collina i pensieri peggiori, l'inverno della mia mente, l'inverno della mia felicità, per poi scendere, verso il mare. Facciamo il bagno insieme alla gente, nuotiamo, ormai il Piccolo mi segue, fino alla secca. Godiamo dell'acqua fresca. Dal mare osservo la collina, la gente, la città. Questo posto è casa mia.
Prima di tornare sul terrazzo a cenare, bevo vino, il vino di qui, bianco, acido, solare, freddo. Il Piccolo gioca da solo, con la luce del tramonto.
Ama fare la strada del ritorno da solo, si perde nei vicoli, mentre io cammino tra la gente.
Cucino guardando il terrazzo, il sole che tramonta dentro alla finestra.
Cucino pensando che questa è la medicina migliore.
Alla sera restiamo immobili a guardarci, giochiamo con le parole, con le mani, ci raccontiamo storie. Poi lui crolla, il sonno dei bambini è la beatitudine che vorrei augurare a un amico. Io mi siedo, nel buio del terrazzo. Ascolto il paese. Guardo il cielo. Penso. Dicono che i miei pensieri si sentano fino alla città. Forse è vero. Hanno colori dolci, i miei pensieri. Vengo da un inverno denso. Vengo da dannate emozioni. Ho deciso di rileggere quello che ho scritto e di non scrivere per questo. Quest'anno. A volte piango. Appena. Mi si bagnano gli occhi. Penso all'inverno, alla primavera. Alla dannazione. Resto in silenzio. E penso. Poi, quando ho voglia, vado a prendere un libro. Nuoto nelle storie che leggo. Sto leggendo di un russo, di una guerra. Immagino il freddo. Le barricate. E mi addormento.
Mi stupisco, quando mi sveglio. Di come sia facile addormentarsi.
Nuoto tutto il giorno nei particolari. È la mia dannazione. Vedo sfumature, ascolto discussioni, capisco allusioni, immagino reazioni. Alla sera, lascio uscire tutto.
Incontro persone che guardo negli occhi. Trovo storie, che porto dentro. Le racconterò quando ne avrò voglia.
Mi stupisco di me.
Lo stupore dei bambini, è il dono più grande che non sapevo di avere.
Forse lo avevo dimenticato.
Quasi il mare fosse una medicina.
Poi, leggo. Mi addormento.
Mi sveglio.
E mi stupisco.

Oggi ho incontrato gli occhi di una donna. Ho trovato moltissime storie da raccontare, e pochissima voglia di raccontarmele. Allora le ho offerto da bere. Brindando alle storie che non ha voluto raccontarmi e che io ho visto.

Faccio cose così.

Erano occhi bellissimi. Le storie un po' meno. Ognuno ha le sue storie da portarsi in giro. E io penso che il mare sia un ottimo posto per portare le proprie storie a fare un giro.
Per questo non le ho detto nulla, e ho brindato con un bianco freddo.

Mi sono innamorato.
Di un terrazzo.
Dove poi, mi siedo, solo, nelle stelle, e immagino di mettere tutte le cose insieme.
Mi stupisco ci si possa innamorare di un terrazzo. Ma non è così impossibile.
Come se fosse una trincea, dannata guerra, che protegge dalla rabbia e dal rancore.
Su questo terrazzo crescono piante grasse, che combattono il sole e il caldo, e la compassione. Che è la cosa che più mi stupisce.
Compatire.
Soffrire insieme, capire. Superare.
Tutto, seduti su un terrazzo.

Dove, per dovere di cronaca, si vede anche il mare, la luna, e un cielo da far ordine nelle vite più disordinate

Come la mia

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