cosa fare in caso di morte

La Camera Mortuaria dell’Istituto Tumori è, ma lo potevo immaginare prima di entrarci, uno di quei posti di merda che ti lasciano una gran voglia di piangere, o di bere, dipende dal momento.

Sono le tre, del pomeriggio, e di bere non se ne parla. Per salvare le apparenze.

Di piangere nemmeno, perchè in fondo sono venuto per ascoltare altri che piangono.

Gianni è sdraiato nella bara, bianco, cadaverico si dice, che poi è vero. Dietro alle orecchie i primi segni di deterioramento del cadavere. Le mani giunte, una polo grigia, la bara di legno lucido, il pizzo, una copertina di pizzo, cazzo.

Piangono tutti, motivo per il quale trovo inopportuno di mettermi a piangere.

Il dolore della morte, è di chi resta.

Gianni lo ho conosciuto appena ho preso casa. Portavamo piccole cose, aspettavamo i mobili, c’era da fare tutta quella serie di pellegrinaggi con buste, scatoloni, eccitazione e gioia. Gianni apriva la porta ogni volta che arrivavamo sul pianerottolo, talmente era poco abituato ad avere dei dirimpettai.

Immaginavo non fosse tutto giusto, ma alla fine era un uomo buono. Tutti, alla fine, sembriamo uomini buoni, a pare qualche stronzo conclamato.

Le figlie lo hanno costretto a una vita da badante, badava a queste due quarantenni, quando loro avrebbero dovuto badare a loro stesse, e lui badare alla briscola e al vino rosso caldo della bocciofila, che è famoso fino quasi in fondo alla città.

A Natale gli portavo del vino, sorrisi e due chiacchiere. Quando ci incontravamo sul ballatoio, capivo tutto il senso della parola. Ballatoio.

Ballavamo in una danza impacciata per chi entrava prima in ascensore.

Lo facevo sorridere, con battute stupide e commenti sul calcio. Io che non ho mai capito un cazzo di calcio, lui che non ha mai capito quanto fosse importante sorride.

Gianni.

L’altro pomeriggio, sabato, rientrando, ho trovato il cartello che avvisava della camera mortuaria. E mi è sembrato così strano, che ho dovuto rileggere il nome due volte. Perchè non ti aspetti che i personaggi secondari della tua vita muoiano. Sei troppo concentrato sui protagonisti, per immaginare che muoiano i personaggi collaterali, quelli che nella trama hanno un ruolo, diciamo, sostituibile.

Se fosse stata Clara, o Giuliana, o Paola, al posto di Gianni, sarebbe stato uguale.

Così dentro la camera mortuaria mi ritrovo a guardare i particolari. Il soffitto altissimo, la luce del sole che entra a spezzoni, perchè fuori è nuvolo. Due candele elettriche, che da sole danno tutta la solitudine della morte, e un crocifisso d’oro con il Cristo senza espressione facciale e senza dettagli. Un fabbro pigro e ateo, si direbbe, l’autore.

Le figlie di Gianni piangono, così anche la moglie. E una serie di vicini di casa. Normale.

Piangerei anche io. Fossi in loro.

Invece mi trovo a fare un discorso sull’importanza di ricordare le cose belle, sulla dolcezza della morte, sulla sofferenza di chi rimane.

Parlo, e smettono di piangere.

Forse sono le prime parole sensate che sentono, da quando sono in questo inferno di burocrazia e candele elettriche brutte.

Alle pareti, scrostate, ci sono dei condizionatori. Deve far freddo, per i morti, che se no muoiono due volte, decomponendosi di corsa per il caldo.

Io ho freddo, perchè sono vivo. E sono felice di esserlo, vivo.

Parlo con Elsa, la moglie.

Parlo con calma, per calmare il pianto, per accompagnarla. La morte, per gli atei, è un dramma incredibilmente doloroso.

Mentre parlo, mi viene in mente di quando mi ha cucinato una torta alle carote, immangiabile.

Spero non le venga in mente di rifarlo. Ma so che succederà. Perchè adesso le nostre sono due solitudini da dirimpettai.

Abitiamo a due metri di distanza. E siamo soli.

La torta alle carote è una conseguenza inevitabile.

Come anche il mio rendermi conto che in qualche modo, Elsa, dopo dieci anni da personaggio secondario, entrerà, è entrata, nella mia vita, perchè a modo mio dovrò occuparmi di lei e del suo dolore.

Me ne rendo conto e quasi per riflesso mi allontano, andando sulla soglia.

Esco, salutando tutti con un abbraccio e guardando i tentativi disperati di una mano dolce di mettere della vita in un luogo di morte così grande e profondo, le fioriere con dei gerani disperati.

La morte, Gianni, è una cosa molto definitiva per te. Meno per chi è rimasto.

Io, in qualità di rimasto, mi permetto di dirti che una vita come la tua, nella media e senza eccessi, porta nello stesso punto dove arriverò anche io. In quella cazzo di camera mortuaria.

Ci finirò anche io. Prima, a quanto pare, aiuterò Elsa. Mi farò cucinare torte alle carote.

Non morirò per una torta.

Morirò d’amore. Questo mi salverà.

Ciao Gianni

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