Dove sono – Periodo di Levante 

Sai, spesso gli esseri umani, per essere felici, si affidano ad altri esseri umani.

Sai, spesso gli esseri umani non si rendono conto di essere ossessionati dalla felicità. Diventa così dolorosa la sua ricerca, spossante, stressante, ridicola, che proprio questi uomini che dicono di cercare la felicità, si ritrovano ad essere contadini di dannate solitudini malinconiche, coltivate senza nemmeno rendersene conto.

Sai, ho smesso, da qualche tempo, di essere ossessionato dalla mia felicità.

Ed è stato il momento in cui la tenerezza, la dolcezza, l’imperfezione della mia piccola felicità, hanno incominciato il loro cammino. È una piccola cosa. Piccole sono le cose che mi porto dietro, ultimamente. Ci stanno nella borsa. Questione di spazio.

Forse è importante, forse lo è davvero, capire dove sono. Dove, peraltro, voglio rimanere. Per qualche tempo, il necessario. Non di più, non di meno. 

Ci sono undici libri sul comodino, una pila ordinata di storie diverse, ne stanno arrivando altri sei. Ne porterò otto, in tutto, a Levante. I numeri sono importanti. Poi forse finirà che ne leggerò due o tre, non hanno fretta i miei libri, di essere letti. Mi perdo nei silenzi delle notti di mare, magari a scrivere, magari ad aggiustare quel dannato romanzo che ha un finale che mi piace un sacco e che non ho ancora scritto. Ne porto otto comunque, di libri. Perché mi piace la rotondità del numero, otto. Due costumi da bagno, sempre gli stessi. Roba per scrivere, l’indispensabile corredo di grappa, sigarette e foglietti da stracciare al mattino. Pagherò i miei debiti con questo anno strano, con i miei foglietti. Porto una tavola, perché voglio usare il mare, essere con il mare, nuotarci, respirarlo, arrivare ad averne noia, anche se credo non sia possibile.

Ti ricordi l’emozione di quando ti esplode la vita davanti? Ti ricordi la dolcezza della nostalgia di qualcosa, di un posto, di qualcuno? 

Ricordo a memoria le mie prime volte, tutte le volte  che la vita ha esploso un colpo forte, proiettili di emozioni. E mi cullo della nostalgia dei miei posti, delle mie persone, dei miei ricordi.

Parto così, quest’anno, verso Levante. Facendo valige minime, perché non ho bisogno di quasi nulla, e riempiendo il tempo con ricordi e storie molto dolci.

Parto con un figlio e con un padre. Li porto con me, credo sia qualcosa di simbolico che capirò più avanti, è successo così, sarà tempo fatto di camminare lento, di ombra per non scottarsi, di bagni al tramonto. Sarà tempo di cene lunghe, sono felice di pensarle sul terrazzo che immagina il mare potendo vederne solo un ritaglio.

Forse ci sarà anche un gatto, le possibilità sono un calcolo che, nel caso del gatto non voglio fare.

Non mi sento solo, non mi sento prigioniero, non mi sento abbandonato, non mi sento pericolante. Questo basta a chiamare questo piccolo seme, germoglio della felicità.

Porto la vecchia moka, è venuta con me in Provenza, nei Paesi Baschi, è rimasta a casa con me mentre tutto scappava. Forse è meglio di un gatto, la mia moka. 

Porto un amico, che sono due, amo le loro vite e il loro amore è per me il più dolce dei traguardi. 

Porto la voglia di stare da solo a pensare. 

Questo è quello che porto. Questi sono i posti dove vado. A Levante, dove il sole tramonta dentro al mare, senza nessuna pietà sapendo di lasciare ricordi dolci a chi si ferma a guardarlo.

Sono certo sarà un autunno di cose, piccole e grandi, da mettere a posto. Aggiustare cose.

L’artigianato del cuore e della vita ha bisogno di strumenti precisi.

La memoria, la nostalgia, la quiete, il rispetto dei finali.

Son cose che si coltivano meglio a Levante. Lo farò.

Scriverò. 

Forse lo farò tantissimo. Forse mi fermerò sulla punteggiatura fastidiosa. 

Per arrivare all’autunno pronto.

Non felice.

Pronto.

La mia felicità è altro. So dove trovarla. E ricordo molto bene perché sia una delle pochissime cose che nascondo. 

Ecco dove sono.

Vieni a trovarmi. Se vuoi.

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