Musica per un Venerdì

(atto unico, inizia con palco al buio, un giardino forse, delle panchine, un piano, in mezzo al prato, con un pianista che già suona. Alla luce, i personaggi sono già sul palco, immobili. La voce fuori campo è di un uomo, è una voce sicura e calda. La musica del piano è una musica dolce, piano moderno, suonata bene. Per convincere il pianista a suonare per uno spettacolo di teatro così breve all’inizio c’è un piccolo pezzo su di lui, dei complimenti, insomma. Per non pagare il pianista. Ma, alla fine, suona bene davvero).

Ettore: 

Scusa, lo senti il pianoforte che suona? Sta suonando per te, suona per noi, il pianista è amico mio, ex compagno del ginnasio, io e il pianista, un bravo ragazzo, di talento, ha sempre voluto fare il pianista, e io ho sempre voluto arrivare a una sera d’estate così. Insomma, siamo due uomini arrivati, io e il pianista. Ma parliamo di noi. Se ti va. Ascolta, ascoltalo suonare, suona per te, suona per noi, una musica bellissima.

Amelia: 

No, non lo sento, non sento il pianista, e neppure sento il fresco che mi avevi promesso, su queste panchine. Sento il caldo della città, tutto il caldo del mondo, l’estate maledetta, sudo, sarò nervosa. Ma non sto bene. Avrei voglia di piangere, ma non ne ho le forze, o forse non ho voglia, sono confusa. Non vedo le stelle, non sento il pianista, è una notte d’inferno, adoro l’inverno, odio l’estate e le tue cazzate. Perdona le rime.

 

A questo punto Ettore si gira, sempre seduto sulla sua panchina, ad osservare una donna in piedi, a poca distanza da lui. E’ davanti a un uomo, elegante, seduto, sudato. Lei in piedi, gambe larghe. Sembrano tristi. 

Amelia è in piedi, davanti a Carlo, sempre elegante, ma sudato. Odia Carlo, odia la sua vita, odia la vita che Carlo le ha dato. Amelia è triste. Forse. Non lo sa. 

 

Luisa:

Pensavo si potesse parlare, di quanto fa male, l’estate da sola, di quanto io abbia paura, fottuta paura, di rimanere ancora da sola, un altro inverno, un altro terribile inferno. Che rima di merda. Eccomi qui, da sola, nel buio di un giardino, seduta a gambe incrociate, come le bambine, io che volevo essere la donna di qualcuno, mi ritrovo ad essere la bambina di me stessa. Che diavolo di inferno. E non ho più lacrime da piangere.

 

Amelia, in piedi davanti a Carlo, vede nell’oscurità una bella ragazza con le gambe incrociate sulla panchina. Sembra triste. Possibile che siamo tutti tristi, si chiede, sbuffando. Mentre Carlo inizia a piangere. Quando gli uomini iniziano a capire, iniziano sempre a piangere. 

 

Tiziana:

Mi tengo nel tuo abbraccio, nel tuo abbraccio mi perdo. Siamo noi due. Lo siamo da così tanto tempo. Siamo una cosa sola, nel bene e nel male. Da moltissimo tempo lo siamo. Io e te. Ho smesso di ricordare da quanto, io e te, siamo una cosa sola. Tu e le tue spalle grosse, che mi hanno fatta innamorare, anni fa. Sembra una vita fa. Io, e le mie mani affusolate. Non ho il coraggio, non ho mai avuto il coraggio, di dirtelo, Marco. Ma io non ti amo. Da una vita. Per questo, mi tengo nel tuo abbraccio. Il silenzio che tu scambi per assenso, è un binario morto, di una stazione abbandonata.

 

Ettore osserva anche un’altra coppia, lei quasi nascosta nelle braccia di lui. Ascoltano in silenzio il pianista. L’amore, a volerlo immaginare, è una cosa così. 

Ettore:

Io me lo immagino l’amore, perchè non sono capace di viverlo. Ecco perchè. Lo immagino così, come un abbraccio nel silenzio.

Amelia allora si gira, e piangendo scappa. Corre verso il cancello di ferro, arrugginito. Verso la strada. Carlo resta seduto, disperato, a quanto pare. Senza muoversi. Quello che Amelia ha fatto, muove le pedine di un intero scacchiere. La magia, forse, non è nel pianoforte, dirà una voce fuori campo. 

E’ una storia che non merita il corsivo. Immaginatela, se volete, in corsivo. La voce fuori campo che ve la racconta, assomiglia a quella di Ettore. Perchè nel destino degli uomini che notano i dettagli, c’è sempre la storia di molte persone. Dicevamo:

La donna da sola, sulla panchina, si toglie i sandali, e li appoggia per terra. Si alza in piedi, e inizia a ballare, sulle note di piano di un pianista amorevole. Le note di piano sono di una musica dolce. Che può essere suonata da un piano, o fischiata sottovoce.

La donna balla a piedi nudi, e sorride. Ecco.

Due, i due dell’abbraccio, restano immobili. Guardano la donna ballare. Lo fanno per qualche istante. Poi lei si libera dell’abbraccio. Quasi si volesse liberare di una vita intera. Non sai mai cosa si nasconde dentro un abbraccio. Desiderio, sfida, dolore, amore, amicizia. Destini.

Lei si alza, si è liberata, si vede. Prende la testa di lui, con le mani. La tiene dolcemente. Dolcemente, come con un gatto, con un cane o con un bambino. Lo bacia sulla fronte. A lungo. Lasciando le labbra appoggiate. Poi si gira e se ne va. La gonna mossa dal vento caldo.

Lui si alza, e la segue. Non per seguirla, si vede. Per andarsene.

Resta tutto così, il piano suona sempre più veloce, una musica di speranza, adesso ci sono i violini e gli archi sotto. Non si sa da dove vengano.

Poi, di colpo, la musica finisce. La ragazza riprende i suoi sandali, tenendoli in mano se ne va.

Il pianista chiude il piano.

Resta il silenzio, di una notte d’estate. Il caldo, la luna. Il buio.

Questione di minuti, a volte, per risolvere una vita.

 

 

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