Dove vado quando dico che vado

Dove vado quando dico che vado, quando i venerdì d’estate pianifico fughe disperate, mentre sudo immobile sotto una Tavola Calda di una qualunque delle zone industriali che frequento oppure davanti a una porta scorrevole di un aeroporto, dove vado, insomma, è facile. Al mare.

Il dolore serve tanto quanto serve la felicità, il mare è l’unico posto dove il dolore si confonde con la felicità, la nostalgia del passato si mescola con la paura del futuro, i dubbi con le certezze.

E’ pericoloso, il mare come lo intendo io. Per questo suo mescolare le carte, farti arrivare con delle certezze e farti andare via con dei dubbi, lasciare che sedimentino verità, come i fondi di bicchiere di quel vino rosso della trattoria vicino al porto, che brucia ancora prima di essere bevuto.

La verità è che al mare, per come lo intendo io, ci devi sempre andare da solo.

E’ un posto ben preciso, del quale non diffonderò mai l’esatta posizione, un cumulo di scogli e di schiuma bianca, pesci che nuotano nell’acqua profonda di un fondale rubato dal mare aperto, tutto tranne che il silenzio, perchè il mare aperto fa un diavolo di rumore continuo, intenso, disperato, sembrano ruggiti di un animale ferito. L’odore di sale, insieme all’odore dei pini e della lavanda, la sabbia dentro le dita dei piedi, il caldo torrido, la disperazione dell’essere, finalmente soli.

Ho provato a portarci anche delle persone, ma divento un cattivo compagno di viaggio, perchè piombo in un silenzio misterioso, con gli occhi socchiusi, la fronte aggrottata.

Non che mi dia un tono, è che mi attraversano la testa pensieri immensi, nuvoloni, cose che credevo di aver rimosso, magari riesco anche a capire meglio la vita, per come l’ho vissuta. Non basta camminarci dentro alla vita, bisogna anche arrendersi, arrendersi, quel gesto di sedersi in riva al mare e aspettare che torni tutto indietro, nel bene o nel male.

Io faccio questo. Mi siedo e aspetto. Rompo il caldo buttandomi in acqua, ho comprato una maschera nuova, nera, comoda, per seguire i pesci, per vedere le meduse muoversi lentamente, per inseguire veloce le orate che scappano come io fossi davvero una minaccia. Cerco le murene nei buchi, ma poi finisce che ho paura e che smetto, accarezzo i ricci piano, guardo i granchi scappare appena la mia ombra passa davanti.

Mi sembra tutto molto relativo, quando sono in acqua. Per questo nuoto da dio. Io nuoto, per rimediare alla pesantezza delle cose. C’è chi beve, chi parla, chi piange, chi corre, chi lavora, chi si innamora, io per rimediare alla pesantezza delle cose, invece, nuoto.

Quando torno sullo scoglio mi piace fumare, ancora bagnato, e poi mordere piccoli pezzi della crostata alle albicocche che compro in cima alla collina, che quando arrivo ormai sembra un polpettone caldo, umido, che sporca le mani da dio.

Bevo acqua, ritorno a guardare il mare.

Ovvio che lo devo fare da solo.

Se posso, nudo.

Nuoto nudo, adoro sentire l’acqua scorrere, immaginare il mio corpo bianco, pallido, dentro al mare gigante.

Se posso, leggo.

Libri mai. Il giornale, la cronaca locale di Genova, mi sento addosso i loro problemi, immagino le sagre estive, mi ricordo di essere passato in moto dai paesi che trovo nella cronaca, cazzo ho fatto il Levante metro per metro. Se esistesse un premio, per aver percorso il Levante, dalla Fiera di Genova, dal piazzale afoso del parcheggio, fino a Roma, ecco il vincitore sarei io.

Ma perchè premiarmi? E’ questione di sopravvivenza, per me.

Percorrere il Levante, per sopravvivere alla mia vita.

Insomma, io quando dico che vado, faccio queste cose qui.

Ho portato mio figlio, abbiamo visto due delfini, abbiamo mangiato la crostata, ci siamo tuffati da uno scoglio, e abbiamo fatto una pattuglia speciale, una missione di ricognizione per cercare i sassi perfetti.

Ci ho portato qualche amico. Una volta una donna.

Ma ci devo andare da solo.

Mi torna tutto, quando vado da solo.

I conti, i dubbi, la libertà.

Tengo prigionieri dei dubbi, li incateno alla mia ragionevole coscienza, per poi liberarli quando sono seduto su quello scoglio.

Così ho fatto.

Ieri.

Lo faccio sempre.

Avrei dovuto farlo prima.

Forse no.

Poco importa.

E sono tornato con tutta la piccola felicità di chi ha fatto una buona cosa.

Andare al mare.

Ho anche capito di più di una questione fondamentale per molti uomini, ovverosia l’eterna lotta tra il culo e le tette e tra le due fazioni di uomini ( i tettisti e i culisti).

Ma di questa cosa, fondamentale, parlerò più avanti.

Certo che ci torno.

A Levante.

 

 

 

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