Separazioni

Lo studio è bianco. Decisamente bianco. Libreria bianca, di design si dice così quando si lesina sul legno e si infilano grossi tasselli di acciaio dentro i muri fissandoci senza pietà il legno. Violente penetrazioni vegetali di lusso. Tavolo bianco, gigantesco, fosse un tavolo da pranzo, ci si potrebbe organizzare una Comunione in Calabria. Sedie di plastica, il gusto sadico di designer probabilmente gay, probabilmente cocainomani, probabilmente non adatti a disegnare sedie. Sedie scomode, bianche. Pareti, manco a dirlo, bianche. Dalle grandi finestre si vede il centro, il Duomo, la libreria in piazza, il grande parcheggio, la gente che scappa da un improvviso temporale estivo, grossi goccioloni con il cielo grigio e minaccioso.

Fossi là sotto, aspetterei che spiova. E’ facile essere ragionevoli, quando guardi le cose dall’alto, penso.

Se non collezioni orrendi quadri giganteschi, non sei un avvocato, un notaio, un commercialista di livello. Quanti soldi spesi per dimostrare uno status, penso accarezzando la cornice dorata di un quadro che a naso sembra un orgia di coccinelle e giraffe blu, ma che, leggo sulla targhetta, si chiama “pioggia sul fuoco”.

Lei entra, bussando. Una antica tradizione di avvocati, notai e commercialisti, che ti accolgono in questi spazi che sono dei giganti diffusori di ricchezza, di dubbio gusto, facendoti fare odiosa anticamera, e bussando per entrare. Mi ricorda, questo manierismo lobbista, il motivo per cui adoro i miei nerd e i loro dannati computer. Adoro l’abolizione anarchica delle buone maniere, la concretezza di chi in jeans e maglietta, mangiando pizza, risolve problemi complessi, senza il bisogno di ammiccare riferendosi ai Codici, esposti in bellavista in librerie di pessimo gusto, affiancate a juke box o giradischi del primo Novecento.

Si presenta.

Mi presento.

Ci presentiamo, insomma.

Ricorda un film, forse Bridget Jones, ha un vestito adatto a una domenica in agriturismo, le scarpe di raso e una collana di Tiffany. Porta un grosso quaderno e una penna d’argento.

Si siede.

Mi siedo.

Ci sediamo, insomma.

Formalismo d’annata. Ci vuole pochissimo per mandare a puttane situazioni di plastica come questa. Ci penso io, di solito. Ci penso io, anche questa volta.

Mi chiede di parlare. Come un nano che apre, dopo secoli, il portone di legno, intarsiato d’oro, della miniera in cui generazioni di suoi avi hanno scavato. Ne escono draghi, soldati, elfi, troll,  leggendarie creature sepolte da secoli.

Ecco, lei, insieme al suo vestito adatto a una partita di cricket in un parco periferico di Londra,  apre un portone da cui escono ricordi, lucidissimi, nessuna scusa, una intera vita.

Se tu sei il nano, io sono tutto quello che esce da quel portone.

Una miniera.

Siamo un cazzo di romanzo fantasy, io, te e la mia vita degli ultimi anni. Un romanzo fantasy che sconfina nel thriller.  Generi che ci vuole poco a scrivere, ho sempre pensato.

Ascolta, prende appunti, sciabolando la penna d’argento e osservandomi da dietro agli occhiali.

Veniamo interrotti da una assistente. Che porta due caffè e un paio di tette di tutto rispetto. Mi offre il caffè, lo prendo sbirciando le tette, per abitudine e per educazione.

Penso sempre che se tu indossi magliette con vertiginose scollature, di dubbia fattura e dagli orrendi colori ma che avrai pagato cifre impensabili, io sia tenuto a rispettare la tua sottile richiesta, guardandoti le tette. Disprezzo le magliette che costano più di cinque euro, ma so apprezzare le tette che sono costate cinquemila. I soldi spesi bene.

Ha, l’assistente, la faccia di una di quelle donne che non prendono medicine, che fanno yoga, che bevono aloe, che curano le infiammazioni con i decotti di finocchio. Probabilmente ha un gatto che ama dormire sul guardaroba pieno di discutibili magliette di marca.

E ha le tette gonfie. Troppo, sospettosamente, gonfie. L’aloe non gonfia niente, se non le tasche di quei camorristi della farmaceutica che vanno sotto il nome di erboristi.

Torniamo a noi, dice l’avvocatessa. Mi sorge l’enorme dubbio non si dica avvocatessa.

Torniamo a noi, ripete, capendo che non sto ascoltando.

Lei pensa io sia così meschino da esser rimasto bloccato sulle tette, io sono bloccato su avvocato e avvocatessa.  Si dice avvocato? La avvocato? L’avvocatessa?

Continua a prendere appunti, io continuo con questo flusso neorealista di ricordi, appunti, conti, spunti, sconti, particolari.

Si stupisce di quanto io possa andare nel dettaglio di una cena di anni fa, di una serata di anni fa, di qualcosa.

Si stupisce di quanto io non ricordi nessuna cifra. Sono nato povero. Non povero, in verità. Il mio ceto è medio, come il dito che alzavo in manifestazione, passando davanti alle Banche. In Francia, sarei stato uno sciovinista socialista decadentemente vestito con robaccia di Zara e stivaletti lucidi. In Italia, siamo una silenziosa maggioranza innocua. Diventiamo generosi, per dimostrare che i soldi per noi non contano. I ricchi risparmiano, i poveri spendono. Sono povero. E spendendo, resterò povero.

Chissà quanto mi costa l’avvocatessa, penso, a proposito. Chissà che bel viaggio avrei potuto fare, con questi soldi. I soldi migliori si spendono in viaggi, ci dicono. Io ci credo. Per questo sono contrario agli avvocati, ai notai, ai commercialisti, ai tassisti e agli erboristi. Ma non riesco a spiegarlo bene. E’ una tesi acerba.

Entro nei dettagli di cose di anni fa. Si stupisce.

Io non mi stupisco.

Il motivo per cui soffro è nascosto tra le pieghe dei particolari che so leggere, e che la mia mente impara a memoria. Non dimentico. Perdono, passo sopra, ma non dimentico.

Che in queste situazioni serve.

Il tempo passa veloce, l’assistente porta acqua fresca, mi sembra di intravedere un capezzolo e noto con sdegno che la mia avvocatessa ha una passione per i portachiavi, che spuntano da una borsetta azzurra di vernice nascosta ai piedi del grande tavolo bianco. Un grosso portachiavi di pelle.

Allora è così che spendi le salate parcelle che guadagni? In portachiavi di pelle?

Ricordo, di colpo, piatti rotti, notti insonni, il cuore in gola. Ricordo talmente bene, che mi torna il cuore in gola. Ricordo il freddo, camminare di notte, per dimenticare il nervoso e la rabbia. Ricordo il male. Tutto il male. E’ una sensazione enorme. Un disagio fortissimo. Un dolore improvviso. Ma ben definito. Al cuore.

Le cose prendono una piega inaspettata, penso. Come quando un pomeriggio di settembre, strozzato dall’emozione, ho aspettato in mezzo a una chiesa semi deserta, che lei arrivasse al’altare. La guardavo camminare, insieme a quello stronzo di suo padre.

D’accordo, mica pensavo “a quello stronzo di suo padre”.

Lo ho imparato con il tempo, di suo padre.

La guardavo camminare, e pensavo che era la persona con cui avrei voluto ballare l’ultimo lento alla festa del liceo, le luci accese, i bicchieri per terra, il dj stanco morto, il buttafuori che sbadiglia fumando una sigaretta.

Fa niente che ho fatto un liceo maschile, e che non facevamo grandi feste.

La guardavo camminare e pensavo che lei era quella sensazione di libertà di quando parte la tua canzone in radio, e tu tiri giù il finestrino, e respiri l’estate e anche l’autostrada ti sembra un posto straordinario.

Prendi una canzone di Vasco, di quando era Vasco, mica adesso. Quelle che ti sorprendevano mentre guidavi, che cazzo, anche l’Autostrada del Sole diventava un posto meraviglioso.

La guardavo così. Che è un bel modo di guardare la tua sposa.

Le ho sussurrato, non ho niente, ti darò tutto.

Non ho niente, ma ti darò tutto.

Che lei,  il suo avvocato, e tutto il resto del clan, questa cosa di darle tutto l’hanno presa sul serio.

Ecco, comunque. Uno inizia sempre così.

Nel migliore dei modi.

Poi le cose prendono una piega diversa. Ti siedi tra le pieghe della vita, che a furia di piegarsi, ti ci puoi sedere sopra, e mentre tutto va a puttane, osservi pigramente come, appunto, un buon inizio non sia sempre una garanzia di una grande fine.

Lasciamo, la prego, da parte rabbia, odio, e questioni di meschinità. Alla luce dei fatti, è meglio essere vivi che vissuti, meglio essere amati che amanti, meglio essere presenti, che passati. Lo dico a fronte della mia barba bianca. Sono felice di essere solo. Solo che sono felice solo.  Insomma, ha capito.

Sul darle tutto, rimarco alla mia avvocatessa, vorrei, se fosse possibile, mettere un punto.

Una questione di principio.

Di fine, anzi.

Mica di principio.

In Principio è tutto. Alla fine, è il giusto.

Ecco, lei, avvocatessa, mi dica cos’è il giusto.

Che io, insieme ai miei occhi da bulldog, la mia memoria di ferro, alla mia borsa di rimpianti e alle mie mani da pianista, il giusto ho perso la strada per trovarlo.

Le spiego, avvocatessa.

E’ facile guardare il temporale da queste finestre, proprio di fianco a quell’orrendo quadro che le sarà costato una fortuna.

Da qui, io e lei, possiamo tranquillamente dire che sarebbe giusto ripararsi, nascondersi sotto i portici che portano al Duomo, magari trovare riparo in un caffè, magari guardare la pioggia colare dai cornicioni, magari ridere delle zingare che corrono, con le loro gonne colorate e i sandali di sughero dai tacchi vertiginosi.

Da qui.

Ma chi sta prendendo il temporale, chi è in mezzo alla piazza, ecco, magari fa fatica a capirlo. Cosa sia giusto.

Per questo poi ci si ammala. Perchè si dimentica cosa sia giusto. Quando ci sarebbe bisogno di freddezza e lucidità, uno si perde.

La gente si perde in un temporale. Si fidi.

Io, avvocatessa, capisco poco e ho visto molto. Sono testimone. Capisco le cose della vita, fatico a spiegarle. Sono esperto di temporali, perchè amo il sole. E per amare il sole, bisogna anche infilarsi nei temporali. E perdersi.

Non siamo qui per questo, ma le anticipo che non ho nessuna intenzione di cambiare.

Io farò ancora così. Sono, per intenderci, quel tizio che rimane in mezzo alla piazza, sotto il diluvio, assaggiando la pioggia con la lingua, e godendo del fresco. Perchè, lo dico per esperienza, il sole torna sempre.

Non le dico, queste cose. Lei ha smesso di scrivere, mi guarda. Mentre io guardo fuori dalla finestra.

Vuole fare una pausa?

Per quale ragione? Io non faccio una pausa da almeno quattro anni.

Mi dica cosa è giusto, avvocato.

Il giusto è una cosa che decidiamo insieme.

Ecco, ecco perchè non mi fido di avvocati, notai e commercialisti. Perchè seduti su sedie scomode, a tavoli enormi, in stanze con quadri oggettivamente brutti, decidono che il giusto è discutibile.

A pochi passi dalla fine, una sera di novembre, per non esplodere, sono dovuto scappare di casa. Letteralmente. Era domenica. Era freddo, nebbia bagnata. E sono andato a bere in un bar pieno di relitti umani e solitudini miserabili nascoste dietro cannucce arancioni e nere infilate in Spritz mezzi finiti.

E ho pensato molto che per amore io avrei continuato a sperare nella giusta misura.

Certi pensieri, di così nobile estrazione, nascono in posti così infimi, che poi quando te li ricordi, ti viene al naso l’odore di umido di quei dannati divani. E il senso di morte che danno gli uomini quando falliscono bevendo Spritz da soli.

Lei è estremamente lucido, mi dice. Lo fa puntandomi la penna d’argento.

Spari, avvocatessa. Le dico.

Lei è lucido. Estremamente.

Non è un bel complimento. Ma serve?

Servirà. Dobbiamo pensare al peggio.

Ecco, ecco cos’è la storia del mio matrimonio.

Inizi pensando al meglio e finisci che devi pensare al peggio.

A saperlo prima, non sono sicuro che lo avrei fatto.

Una mattina, ancora non avevamo mobili, se non la cucina e un letto, che mi è rimasto ancora oggi, ho deciso di fare colazione da solo sul piccolo balcone, guardando gli alberi.

E ho pensato che da solo io sto meglio.

E ho iniziato a fare colazione da solo.

Mi salvava, in queste colazioni, che poi sono diventati pranzi, cene, pomeriggi, viaggi, sogni, pensieri, progetti, il pensare al meglio. Al meglio in due. Che era meglio del meglio da soli. Almeno pensavo.

Adesso, a quanto pare, mi salverà pensare al peggio. Il meglio è un moltiplicatore, il peggio un dividendo.

Vedi come cambia la vita.

Vuole fare una pausa? Mi chiede.

No. Rispondo.

Si distrae.

No, guardo il temporale.

Non è il momento.

Ha ragione. Ma trovo delizioso poterlo guardare da qui, mentre è quattro anni che ci sono dentro. Mi fa riposare.

Appoggia la penna d’argento. Gira il quaderno. Mi dice di controllare gli appunti. Rileggo, divertito, le cose che ho detto, la mia vita, osservata da un finestrone. Dalle finestre, non passa il rumore della pioggia, l’odore di bagnato, il freddo. Da questa pagina, non passa il dolore, la rabbia, lo smarrimento.

Ho pagato, sto pagando, pagherò, per rivedere la mia vita da una finestra, al caldo, confortevole, di codici e norme bruciati nel caminetto della foga di prevenire una vendetta.

Pensiamo al peggio, dice.

Che al meglio ci abbiamo già pensato, rispondo.

E non è andata come pensavamo, aggiungo.

Mi alzo, saluto, vengo accompagnato alla porta da quelle due, sbalorditive, tette. Cerco di rubare il profumo, ma non si sente. Appena uscito, ancora sullo zerbino, mi accendo una sigaretta, mi fermo a osservare le scale, il corrimano in legno, gli scalini di marmo, l’ascensore. Il neon, freddo, bianco. Il silenzio.

E piango.

Che il mio temporale è tutto dentro, le lacrime sono questa pioggia in cui amo restare. Perchè so benissimo che tornerà il sole, ad asciugarle.

Non è andata come pensavo, dico, scendendo le scale.

Ventiquattro scalini per rampa.

Eri una rapina, alla bellezza e al destino, le avrei dovuto dire.

Non tutte le rapine riescono.

Siamo stati arrestati dalla ragione, dalla noia, dalle tue debolezze e dalle mie paure.

Per un bottino ridicolo, adesso, rischiamo di perdere la dignità.

Ecco. Io no.

Io ho solo un dubbio, in tutta questa situazione.

Il resto mi è chiaro.

Io non perderò tutto, perchè ho dato tutto.

Non ho dubbi.

Se non uno.

Si dice avvocato o avvocatessa?

 

 

 

 

 

 

 

 

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