Sassi (mettere e togliere)

C’è come un fastidio, una sensazione di scomodità, un’inezia, una sciocchezza, che mi accompagna da qualche tempo, quando cammino da solo.

Credo abbia a che fare con il mal di mare che mi da questo momento in cui sono sospeso alla fine del mondo che conoscevo.

Sono sospeso su questo confine, fatto di fitti discorsi, pensieri pesanti, sogni infranti, rimpianti e sensi di colpa, una linea chiara, davanti l’abisso.

E’ la fine del mondo che conoscevo. E’, credo, anche la mia fine.

Comunque è un fastidioso, leggero, mal di mare. Una perenne nausea, come se camminassi su qualcosa di traballante, precario, possibilmente molto pericoloso.

Traballo io, quando cammino, quasi fossi sempre ubriaco.

Cosa che succede di frequente, quella di essere ubriaco.

E’ il mio pagare il biglietto per lo spettacolo di restare sospeso alla fine delle mie certezze, il bere. Niente di male. Passerà, come passa tutto.

Convivo con questa nausea fastidiosa, quasi fossi una gravida neo mamma, e in effetti ho anche i brufoli e le gambe gonfie.

Però io partorisco solo rabbia. Tutte le sere. Ho rabbia da vendere, inizio anzi a svendere, insieme a pacchetti di sogni infranti, infantili me lo dico da solo, ma pur sempre infranti. Come specchi crepati, i miei sogni non interessano più a nessuno.

La rabbia è difficile, prende lo stomaco, la testa e il respiro. Accorcia le notti, storpia le giornate.

Dovrà per forza passare, questa gravidanza indesiderata.

Sono incinto di un sogno infranto, partorisco rabbia nata nel plesso di un disturbante silenzio, quello delle mie notti insonni.

Passerà.

Il mio corpo fa qualcosa di diverso. Oltre ad ammalarsi quotidianamente di malattie immaginarie, tanto da non essere più attendibile, il mio corpo resta l’unica cosa che resta in piedi in tutta questa tempesta.

Il mio corpo è una solida montagna, resiste, sfida, combatte la nausea, combatte il disordine, combatte la rabbia.

Il mio corpo è l’ancora di salvezza della mia anima, una lottatrice esanime, che ogni giorno riceve pugnali sempre più precisi. E’ l’ancora di salvezza della mia mente, che fatica a ritrovarsi, che si perde nei ragionamenti, che non riesce a seguire il filo dei discorsi.

Il mio corpo, davanti al baratro, davanti al confine, alza le braccia e mi invita a saltare.

Non abbiamo niente da perdere, mi sussurra, mentre giro nudo per casa.

Non abbiamo niente da perdere, sussurra.

Esageriamo, mi dice.

Lo abbiamo sempre fatto.

Se non gli credo, mi fa correre le dita sulle cicatrici, sulle costole, sul pube, sulle ginocchia. I segni, i ricordi di chi ha esagerato, di chi vorrebbe continuare a esagerare.

Saltiamo, sarà un’altra vita, ma non sarà mai come rimanere sospesi, nauseabondi, in questo inferno di indecisione e noia.

E’ in questo momento, sempre, che bevo.

Per mettere a tacere il corpo.

Vino, bianco, rosso, birra, quello che trovo.

Scrivo cose, che poi butto. Bevendo.

Fino a quando anche il corpo si arrende.

E inizio a vomitare rabbia.

 

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