Risposte nelle Nuvole (Maggio)

Maggio arriva, porta pioggia, un po’ di freddo, qualche pomeriggio spettacolare, la speranza dell’estate, la conferma della primavera, le sere che allungano gli artigli nella notte, i sorrisi delle ragazze che si scoprono, i tram che sembrano andare più lenti, gli scrittori che guardano il cielo più spesso, insieme agli innamorati, quasi a cercare risposte nelle nuvole.

Sempre, da quando ho orecchie per sentire, la gente si lamenta del freddo di maggio, delle piogge inaspettate, sempre, da quando ho occhi per vedere, le ragazze scoprono la pelle, i poeti guardano il cielo, i vecchi indugiano sulle panchine, e le sere si allungano speranzose nella notte.

E’ che io maggio me lo ricordo, perchè da quando sono bambino aspetto il mio compleanno, un giorno a metà di maggio, quasi a metà, quasi fosse un inizio, l’inizio di un anno nuovo. Così ricordo tutti i mesi, tutte le volte che la vita mi ha dato maggio. Ricordo la pioggia, quando la gente ormai sperava nel sole, ricordo le sere prima del mio compleanno, il profumo speciale delle mattine del mio compleanno. Il cielo di maggio lo ricordo sempre, le nuvole, io a volte ci ho cercato delle risposte.

In effetti il mio anno, i miei anni, iniziano sempre con il mio compleanno, la sera prima, le sere prima, le sere di fine aprile, i primi giorni di maggio, a guardare il cielo, risposte nelle nuvole, a pensare.

Accarezzo le mie piante, l’aloe, il rosmarino, la lavanda, guardando un punto indefinito nel cielo. Non cerco risposte particolari. Sono solo perplesso della mia menta, un ramoscello prestatomi, morta di stenti nel suo vaso nuovo fiammante, terracotta addirittura.

Io sono un buon punto di partenza, per chi vuole conoscere le storie sulla primavera.

Semplicemente perchè io faccio caso alla primavera, più di altri.

Accendo meno le luci, ad esempio, per godere della luce timida della sera.

Mangio le mele rosse e gialle, quelle di primavera, gonfie, morbide e pesanti.

Conosco il vento di maggio, quello freddo che porta pioggia, da Ovest, e quello che rimugina, come i vecchi al bar, caldo e pigro. Per sentire il vento, giro in moto, in bici, a piedi. Lo faccio per ascoltare la primavera che soffia. Lo faccio per avere meno paura, poi quando arriva l’autunno. La mia faccia, le mie guance, si ricordano di me, di maggio, e mi lasciano passare indenne l’autunno e poi l’inverno.

Non torno in nessun posto in particolare, a maggio. Passo molto del mio tempo viaggiando, è un mese così, è una vita così, adorabile gitano di lusso.

Mi passa la fretta di aver casa, a maggio, adoro restare a guardare il cielo, le donne, i vecchi, i bambini, le macchine, i treni, gli aerei, rimanere in giro, nel senso più fisico del termine, aspettando la notte passeggiando senza una meta.

Ritrovo lo stupore, io a maggio. C’è uno stupore, quello di maggio, che è speciale. Mi trova, mi sorprende, lo stupore di maggio, sul divano, o su una panchina. Non mi lascia pensare a chi sono, chi sono diventato, o come io stia. Mi fa battere il cuore, lo stupore di maggio, a sorpresa. Non chiede conto degli sbagli, non mi fa i complimenti per le cose giuste fatte, non mi chiede se sono felice, lo stupore di maggio è come il cielo con le nuvole di passaggio. Cerchi risposte in un posto che fa domande, un posto di pace e silenzio, ma senza risposte.

Mi commuove, lo stupore di maggio. Perchè mi regala, ogni anno, un nuovo anno, tutto quello che significa un anno nuovo, qualsiasi cosa significhi un anno nuovo, mi regala il tempo per rifare tutto da capo, per ricominciare.

Una chance, nelle nuvole di maggio, che conosco solo io, che sono diventato, con il tempo, abbastanza bravo a leggere le nuvole e i tramonti.

Ad interpretarne i segni, le crepe, i destini che si incrociano.

Maggio è troppo breve per smettere di bere e di fumare, ad esempio.

E le storie che leggi nelle nuvole insieme a me, non permettono di smettere di bere, anzi consigliano di lasciarsi portare dal vino, novello come la primavera che arriva alla sua fine.

Maggio, lo stupore di maggio, le nuvole di maggio, e io che resto ad accarezzare il rosmarino quasi fosse un gatto, sul balcone, mentre arriva la sera, arriva la notte, e non mi risolvono, non lo stupore, nemmeno le nuvole, il dubbio se sia meglio rinascere ogni anno, come fossi un fenice, molto acciaccata, ma pur sempre una fenice, o come tutti fanno, sia meglio diventare alti scaffali, pieni zeppi di ricordi, molti dei quali completamente inutili.

Accarezzando il rosmarino, annuso l’odore, mi ricorda il mare.

Sono ancora qui, è ancora maggio. Questo andrebbe festeggiato per tutto il mese.

Altro che cazzate.

Questo blog compie 13 anni, tra qualche giorno. E’ in piena adolescenza. Io, tra qualche giorno, credo di compierne 38. Mi sento come se ne dovessi compiere 24. Il mio rene sinistro e il mio cuore, l’unico non quello sinistro, se ne sentono 48. La mia testa non ne vuole sapere. I miei piedi hanno ansia di camminare, le mie mani di toccare.

Io di scrivere.

Accarezzando rosmarini non si cambia il mondo, questo lo ammetto.

Ma si leggono le nuvole.

Ho voglia di scrivere ancora qualche storia, e di conseguenza di viverne ancora, di storie da scrivere. Questo è un bene, viste le cicatrici che mi porto in giro.

E ho voglia di festeggiare, come fossi sopravvissuto, a un paio di anni tremendi, come se avessi capito che non si tratta di nulla di speciale, anzi.

L’avevo letto nelle nuvole di maggio che sarebbe stato un periodo particolare.

Festeggiami.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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