Casa

Cammino un po’ stranito per casa, piastrelle fredde, angoli d’ombra, ho sempre odiato la luce scarsa di questo posto, sempre, dalla prima visita, dodici anni fa.

Avevo notato la luce, scarsa, infima, e una bottiglia di vino del Duce messa in soggiorno in bella vista, quasi fosse un trofeo.

Al freddo non ci si abitua mai, al freddo di Milano meno che meno. E’ un freddo spettrale, deciso, infame, umido e sordo alle implorazioni delle coperte.

Mi sento ospite di questo posto, da quando lo abito. Come se fosse di passaggio. Un passaggio lungo, alla fine, ma pur sempre un passaggio.

Sono due anni fra qualche giorno, settecento giorni, cento settimane, che ho deciso di togliere, tagliare, spogliare.

Ho tolto, sto togliendo, toglierò, cose inutili che sembravano indispensabili, cose stupide che sembravano intelligenti. Ho iniziato dalle opinioni della gente, le ho lasciate cadere come vestiti davanti al mare, un mare caldo e pacato, il mare del tramonto.

Ho continuato togliendo persone, poi oggetti, poi qualche ricordo.

Meno hai, più hai.

E’ davvero successo questo. Mi muovo leggero, in vestiti che uso come strumenti, che non sento miei, in scarpe che mi aiutano a camminare, delle quali non mi interesso, dentro una macchina che non è mia. La moto quella no. Quella è mia. Una delle poche cose che amo possedere.

Ho libri, li tengo per sfogliarli ancora. Li sfioro, ricordando le storie che mi hanno raccontato, come fossero cassetti di un armadio, la mia memoria, pieno zeppo di ricordi. Ho i fogli su cui ho scritto le mie cose. Un copione teatrale, poesie, racconti, inizi di romanzi impossibili da continuare. C’è anche un finale, stupendo e struggente, che da anni aspetta che io scriva il suo inizio. Potrei pubblicarlo così.

Ho smesso di desiderare le cose degli altri, le donne degli altri, la merda degli altri.

Mi è rimasta questa casa, molto in questo ultimo anno mi è stato portato via.

Sembrava mi volessero portare via tutto. Non ho reagito, perchè non ho avuto modo di farlo, sembrava volessero spogliarmi di tutto, tutte le cose possibili, tutte le cose che capitavano a tiro, in una furia assassina, macabro epilogo di nozze festanti.

Non ho perso nulla, eppure ho perso molto.

Mi è rimasta questa casa, le sue mura, spogliate di quadri e ricordi.

I suoi mobili, piegati dall’umidità, i suoi colori, le sue crepe nei muri, i rumori che conosco bene e che non mi svegliano più di notte.

Mi è rimasta questa casa, ai bordi della città. Adoravo la sua comodità, quando viaggiavo tanto. Ne adoravo l’odore in primavera, entrava il gelsomino, entravano tutti gli odori, in un orgia di profumi d’erba e giardini impossibile a Milano.

Mi è rimasta solo questa casa.

Ma non è casa mia.

Sono ospite in un albergo silenzioso e abbandonato.

Lo ho capito tardi, ormai era comprata, impegnando la vita, divisa per mesi, per rate e per interessi, per pagarla.

Lo ho capito tardi che non ho bisogno di una casa.

Io abito nel cuore di chi mi ama, metto le mie cose importanti lì.

Adoro non possedere nulla, se non il cuore di chi mi ama.

Adoro disinteressarmi delle cose materiali, facendomi distrarre dal rumore del cuore che batte per me.

La mia casa, quella vera, è uno scoglio sul mare, sulla punta più estrema della costa di Levante, un posto sconsigliato a donne, artisti, bambini, giocolieri dei sentimenti e deboli di cuore.

Ci sono stati soldati, pirati, emarginati, pescatori, uomini soli, un gatto storpio e sporco, aghi di pino, un fico d’india, rosmarino e lavanda.

Io abito lì. E’ li che torno, quando posso.

E sto a casa.

Mi spoglio nudo, nudo entro nel mare, nudo ne esco.

La casa, questa casa ai bordi della città, non mi appartiene. Eppure lotto per possederla, quasi fosse un moto d’orgoglio.

Mi proteggo, penso a quando sarò vecchio, immaginando un futuro in queste mura.

Un futuro che non sarà così.

E più ci penso, più mi sento ospite.

Cammino sulle piastrelle fredde, gelide, osservando i mobili, cercando di ricordare qualcosa. Ma è come se fossi appena arrivato.

Un ospite nuovo.

Guardo i miei quaderni.

E’ tanto tempo che non scrivo.

Una decisione importante.

Sto cullando pensieri, godendo della inaspettata felicità delle cose, allontanando i venti di tempesta, navigando sottocosta.

Nelle bottiglie che trovo sulle spiagge in cui mi fermo, non ci sono messaggi.

Allora continuo a navigare.

Sono felice, ospite scomodo ma felice.

E non scrivo, ma so che, come l’inverno, passerà.

Prometto di tornare.

 

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