Elia

Aveva baffi gialli, troppe sigarette, troppo tempo passato ad aspettare, occhi lucidi, come quasi dovesse, perennemente, scoppiare in un pianto di disperazione, o forse di liberazione.

Aveva mani grandi, nodose, che tradivano il lavoro che faceva, quasi di nascosto, per tenere vivo un vecchio oleandro rosa, che puntuale, per ringraziare, fioriva ad agosto, in ritardo, ma puntuale appunto.

Aveva ricordi ingombranti, che spezzavano il fiato a chi tentava di raccontarli, lo sapeva per esperienza. Per questo aveva smesso. Si era avvicinato a quella terra che più di tutte aveva immaginato come essere un buon posto per invecchiare, aveva preso casa alla fine della pineta, vicino alle saline. Dalla cucina vedeva il mare, appena dopo le case, ma non ne sentiva il rumore. Dal bagno vedeva l’autostrada, alla fine delle saline, ma non ne sentiva l’odore.

Aveva preso una bicicletta, ruggine e vernice rovinata. Teneva pulita la canna, avesse mai avuto occasione, si diceva, di portarci ancora qualcuno. Per il resto, si limitava a nasconderla, quasi fosse un tesoro, quando andava a fare il bagno di notte, o quando andava in paese, alla foce del fiume, per comprare del pane, pomodori, sale, basilico, latte e uova.

Elia, a chi chiedeva il suo nome, rispondeva dicendo di chiamarsi Elia. Andava bene ad entrambe le parti, visto che nessuno si era lamentato.

Non ricordava più come si chiamava.

Falso. Lo ricordava benissimo, semplicemente non voleva più sentirlo pronunciare.

Aveva trovato un lavoro, aggiustava le sedie di vimini dei ristoranti e dei bar.

Uno pensa che il vimini intrecciato sia qualcosa di inviolabile, come l’acciaio.

Senza sapere che esistono uomini che lo curano, come qualcosa di prezioso, quotidianamente.

Aveva trovato molte donne, aggiustando le sedie di vimini dei ristoranti e dei bar.

Uno pensa che i matrimoni siano più al sicuro nei paesi, inviolabili come l’acciaio, altro che le grandi città.

Senza sapere che esistono uomini che li curano, i matrimoni, rendendoli preziosi, nascosti tra le capanne dei pescatori, rubando mutandine tra i pini, mescolando baci alle spalle della spiaggia.

Era riuscito a scomparire, senza dover per forza sfidare la morte. Era un pensiero, quello di dover scomparire, e quello di poterlo fare solo morendo, che era nato in Asia. Terre senza confini, caldo, mosche, spezie, fiumi gialli e stagnanti, anime pellegrine, notti che sembrano giorni, rumori, e l’idea, strana di nascondersi.

Morire.

Morendo.

No.

Niente di stupefacente, doloroso, drammatico. Nessuna scenografia, nessun piano definito. Semplicemente togliere dei pezzi. Come pedine di dama.

Non tutti necessari.

Toglierli, lasciarli morire.

Rimanere solo.

Aveva passato anni, viaggiando, lasciandosi cullare dall’idea. Aveva vissuto interi anni, lasciando il germoglio del dubbio, innaffiandolo con la costanza del pensiero, vivendo insieme a tutti gli altri.

Poi aveva deciso di farlo.

Rendendosi conto che niente era davvero cambiato.

Semplicemente, alzandosi, aprendo le finestre, all’alba, osservando il sole spuntare dalle saline insieme agli aironi, ecco, semplicemente in quel momento, capendo di aver fatto la cosa giusta.

Potersi togliere lo sfizio di non ascoltare, che fossero vecchi che bestemmiano mentre giocano a carte, o uomini e donne distrutti dai problemi.

Potersi togliere lo sfizio di indossare, comunemente, vestiti blu.

Il colore del mare, degli occhi della donna che ama, del cielo.

Potersi togliere lo sfizio di lasciar passare le tempeste, che impetuose, passavano nella sua testa.

Elia, lo chiamavano.

 

 

 

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