Ancora, un’altra volta, nuovamente

C’è modo e modo, per uscire di scena. Una cosa a cui era stato educato, fin da piccolo, da sua madre, donna dal sorriso largo, gli occhi buoni, le labbra rosse ciliegia, le mani affusolate e i modi delicati di chi aveva semplicemente sbagliato secolo per nascere.

Cose che sua madre aveva desiderato insegnarli: toccare la terra con le mani, affondare le mani, rimestare la terra, prenderne due pugni e aggiungerla nei vasi di gerani e ai piedi dell’oleandro. Questo prima di Pasqua, alle prime avvisaglie di primavera. Annusare sopra la grande pentola, il minestrone, burro, olio, verdure tagliate a cubetti, acqua, rosmarino. Quel vapore caldo e avvolgente, che d’inverno sapeva di casa, buio, coperte, d’estate aveva invece il sapore della distrazione, un sapore strano, ma sempre di casa.  Suonare il pianoforte, appoggiando le dita, premendo i polpastrelli, ascoltando le scale, leggendo gli spartiti, immaginando di cantare, ma non cantare. Capire le persone, guardandole negli occhi, senza giudicare. Capire e giudicare sono due mestieri diversi. Chi giudica non è detto che capisca, mentre chi capisce può scegliere se giudicare o no. Libertà, l’intelligenza da sempre libertà. E uscire di scena, che fosse alzarsi da tavola dopo un pranzo, finire una partita di carte, lasciare la scuola, salutare i compagni di viaggio, abbandonare una casa, qualsiasi uscita di scena meritava il suo spettacolo.

Gli uomini che non sanno quello che fanno, diceva, non danno peso a come se ne vanno. Andarsene è molto più difficile che arrivare, lasciare è molto più difficile che prendere, abbandonare è molto più difficile che rimpiangere.

Ecco.

Una mano sul manubrio, gelido, della bicicletta marrone. Una mano che stringeva la sacca di tela, con dentro vestiti e cibo.

Una parola.

Meglio una parola in meno che una di troppo.

Diceva sempre lei.

Una parola.

Un sorriso.

E aveva iniziato a pedalare, staccando i piedi da terra.

Andando.

Partendo.

Partendo, in effetti, più che andando.

Solo che per partire, pensava, bisognerebbe sapere dove andare. Avere, perlomeno, un’idea di una destinazione. Immaginare un finale, un arrivo, una meta, qualcosa del genere.

Ecco, allora non era davvero partire. Era, in effetti, semplicemente, andare.

Ma lasciando qualcosa.

Cosa lasciava?

Lei era rimasta in piedi, con quel suo vestito a fiori, piccoli, giallo, arancione, nero, marrone, rosso. Colori, forti.

Lui andava.

Lei restava.

Ecco, questo era quanto.

Niente di più.

Che tipo di uomo sei, se fai una cosa del genere?

Il tipo di uomo che tiene tutto in una borsa di tela, vestiti, libri, cibo, una penna, un quaderno, quel profumo regalato, che ricordava Parigi.

Era andato.

Lei era rimasta.

Una parola, solamente una.

C’è modo e modo di andarsene, di uscire di scena.

Questa scena, era un palco che sembrava dovesse durare una vita.

A volte succede così. Sembra che le cose debbano durare una vita. Si pensa al futuro, a volte

Senza che serva a molto.

Una parola.

Aveva detto solamente una parola.

Che per dimestichezza con la nostalgia, aveva subito dimenticato.

Mi spiego meglio.

La nostalgia è la peggior nemica di chi ha paura.

E’ anche la miglior amante di chi non ha paura, la nostalgia, anzi, dovrebbe essere un sacrosanto diritto degli uomini che non hanno paura.

Per sicurezza, che non sempre si sa se si è forti abbastanza, aveva dimenticato.

Per evitare la nostalgia.

Ecco.

Questo era successo, in una sera di primavera.

 

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