1976

 

Era stata Anna a chiedere, dopo aver aspettato quasi cinque minuti davanti alla porta chiusa prima che Susy aprisse. Le aveva portato un piccolo vassoio di plastica verde con due uova, un toast e del cioccolato. Le piastrelle del pianerottolo erano congelate, e Susy faceva fatica a restare in piedi.

  • Facciamo colazione insieme?

Perchè no, aveva risposto Anna. Che rispondeva spesso così. Sembrava sempre molto indecisa, insoddisfatta, quasi infelice.

Se ne era accorto anche Fabrizio. Qualche giorno prima aveva approfittato per parlarne con Susy. Bevevano vino, aspettando che la cena fosse pronta. I fuochi, le pentole che vibravano, l’aria densa e calda della cucina, i vetri appannati.

Anna era rimasta sola quasi due anni prima. Nel palazzo se lo ricordavano tutti, il momento, anzi quel mese, di urla, discussioni, piatti rotti, pianti sulle scale.

Un brutto divorzio.

Anna era rimasta sola, in quella casa, usciva la mattina per il lavoro e rientrava sempre la sera per l’ora di cena. Non aveva altri impegni, altre passioni, sembrava quasi si fosse congelata, paralizzata, fermata, a quel momento di due anni prima.

Susy l’aveva invitata una volta a cena. Anna aveva risposto

perchè no.

Ma poi non si era presentata. Susy si era sentita in colpa, per quello strano invito, perchè in cuor suo sapeva che si trattava di curiosità, una morbosa curiosità di conoscere i dettagli di quel lutto.

Si erano poi incontrate diverse volte, al supermercato, sulle scale, alla caffetteria all’angolo.

Nell’ultimo periodo Anna aveva cambiato lo zerbino, comprandone uno con una grossa scritta verde: home, e aveva appeso alla porta un piccolo cuore di ceramica, dipinto di rosso. Ma sembrava ancora più stanca, più delusa, più infelice.

A Susy, perlomeno, sembrava fosse così.

Anche Fabrizio, bevendo del vino, aveva preso il discorso alla larga, ma lo aveva detto.

Allora avevano deciso.

A loro succedeva così fin dai tempi del liceo.

Riuscivano ancora ad avere un’intesa incredibile, quando decidevano di fare qualcosa insieme, meglio se per qualcun altro.

Susy avrebbe invitato Anna per una cena, ma non in tre, in quattro.

Il quarto era Aldo.

Amico di Fabrizio, separato, Aldo era un uomo brillante, secondo Susy.

Un perfetto modo per ricominciare.

Così aveva preparato la colazione e aveva suonato il campanello.

Erano le sette e mezza.

Mentre aspettava sulla porta, a piedi nudi, Susy si era persa a guardare il piccolo cuore rosso di ceramica.

Erano tantissimi anni che non faceva qualcosa di quel genere.

Erano tantissimi anni che lei e Fabrizio non si stupivano a vicenda.

Erano complici. Grandi complici.

Ma quanto tempo era passato dall’ultima volta? Cucinavano insieme, viaggiavano, a volte riuscivano anche a trovarsi del tempo, riuscivano a stare soli, insieme.

Ma da quanto tempo questa cosa non portava quel brivido, quell’emozione, quella sensazione?

Il freddo dei piedi le aveva ricordato quando si erano conosciuti, al liceo, e scappavano per i fine settimana nella vecchia casa di Nizza, anche d’inverno.

Sembrava fossero passate molte vite, tra quel freddo e questo freddo.

Aveva suonato ancora il campanello.

Ma chi era Fabrizio, adesso? Un coinquilino? Un amico? Un vecchio amante?

E chi era lei? Era una parte di questa strana famiglia, di questa strana unione. Ma chi era lei, davvero?

Sentiva freddo ai piedi.

Anna aveva finalmente aperto.

Susy aveva capito, osservando il viso di Anna.

Ed era scoppiata a piangere.

 

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