Qualche Cosa

Avevo la sensazione di aver dimenticato qualche cosa, capisci?

Quello strano fastidio, madonna, che ti viene, prima ancora che il dubbio diventi certezza.

Ho preso le chiavi, ho stretto la giacca, e sono uscita, ma ero sicura di aver dimenticato qualcosa.

Non saprei dirti come, ma ci ho pensato per tutto il viaggio sul bus. Non riuscivo nemmeno a sentire le chiacchiere degli altri, pensavo e ripensavo a cosa potessi aver dimenticato.

Un mese fa, quel maledetto venerdì del funerale, ho dimenticato le calze, ti ricordi?

Poi, qualche giorno fa ho dimenticato il portafoglio, insomma, succede, a me succede spesso.

Comunque sono arrivata al ristorante, appena in tempo per godermi la solita litigata tra Ugo e Paolo, ormai è quasi una tradizione, litigano per tutto, e poi Paolo viene a baciarmi di nascosto nel magazzino dicendomi di non aver paura.

Io non ho paura, davvero. Ho solo addosso una noia mortale, ma poi sai come sono fatta, non rispondo mai.

Ho iniziato a servire il primo cliente senza grembiule, per colpa di quei due che litigavano in cucina.

Pollo con mandorle e patate bollite ai frutti rossi.

Macedonia e caffè.

Senza dirmi una parola.

Poi si è seduto un tavolo da quattro, quattro uomini, forse dalla fabbrica. Parlavano fitto, hanno ordinato di fretta e mangiato di corsa.

Poi è arrivato un tavolo di sei persone, gli uomini con le cravatte e le donne con belle scarpe con i tacchi. Credo siano quelli della banca che ha appena aperto in fondo alla strada.

Ordinano insalate e zuppe, uno di loro prende il riso saltato con le uova.

Nessuno prende il dolce.

Io lavoro, come sempre. Sai come sono fatta. Non riesco a perdermi, quando lavoro. Sono davvero presente. Lo faccio per il bene del ristorante.

Poi è arrivato questo tizio.

Con una giacca di pelle chiara, i capelli disordinati, l’aria di chi ha dormito poco, come quei ragazzi dei film, hai in mente?

Ascoltava il telefono, che teneva vicino all’orecchio, senza parlare.

Ha ordinato la zuppa di granchio, aveva una bella voce, di quelle sensuali, calme. Mi è piaciuta.

Mi è venuta questa sensazione, quella cosa che avevo dimenticato, accidenti, proprio mentre gli portavo la zuppa.

Mi ha chiesto ancora del pane.

Mentre lo portavo sono quasi scivolata, nell’angolo con le piastrelle rovinate vicino all’ultimo tavolo, quello che ti dicevo che quasi mi faceva cadere già tempo fa.

Ecco, lo ho sentito ridere, un bel riso, un bel ridere davvero.

Senza offendere, ho risposto, ma stavo scivolando.

Era bellissimo vederla, per questo rido, sembrava una ballerina. Dice.

Gli lascio il pane.

Ordina anche delle verdure saltate.

Nel frattempo gli altri tavoli si sono tutti liberati.

Così inizio a pulire la sala.

Non so perchè, ma ho voglia di andare a casa.

Quella cosa di aver dimenticato qualcosa, non mi lascia.

Non so se capisci.

Allora lui ordina il caffè, sempre sorridendo.

E io lo porto insieme al conto.

Poi, mi metto a pulire in fondo al bancone, che restano sempre tazzine in disordine.

E lui si alza, e mi dice, le ho lasciato i soldi sul tavolo.

Mi giro per controllare e lo saluto, lui saluta.

Ha una bella voce, delle belle mani, insomma un bell’uomo.

Si ferma sulla porta e mi dice: davvero non ho riso per prendere in giro, ho riso perchè era bellissima da vedere, mentre inciampava, sembrava una ballerina.

Sorrido, non so bene cosa fare. Sai che queste cose mi imbarazzano.

E insomma, restiamo così, quasi un minuto, con lui che mi guarda sorridendo.

E io che lo guardo, ma che vorrei togliere lo sguardo subito.

E’ un bell’uomo. Accidenti.

Quando esce, vado al tavolo a prendere i soldi.

Mentre sparecchio sento ancora questa cosa.

Di aver dimenticato a casa qualcosa di importante.

Allora mi siedo, seguimi. Come se fossi a disagio.

Come se davvero dovessi capire.

Ci penso, mentre gioco con la sua tazzina del caffè.

Vuota.

Non riesco a capire.

Poi, mentre mi alzo, perchè sento urlare in cucina, mi ricordo.

Mi viene in mente.

Ho dimenticato a casa il coraggio.

Ecco cosa ho dimenticato.

Ecco perchè ti ho chiamata.

Sei l’unica a cui posso dirlo.

Il coraggio di fermarlo sulla porta e chiedergli di portarmi a cena, magari al cinema, di ridere con me ancora, di farlo guardandomi con quegli occhi.

Io quel coraggio, quella voglia, è come se l’avessi persa.

Mi sono resa conto di questa cosa.

Ecco, volevo raccontartela.

Qualche cosa lo devi pur perdere, per andare avanti, come faccio io.

E, si vede che ho lasciato perdere il coraggio, lo ho lasciato scivolare via.

Che sono comoda così.

Forse è meglio così.

Sai, ci penso spesso, alla fine bisogna pur vivere.

Allora, ho pianto, mentre sparecchiavo.

Perchè forse il coraggio non era la prima delle cose da lasciar andare via.

Il coraggio di amare serve sempre, altro che comodità.

E mi sono sentita strana, infelice, ma serena.

Come se tutto facesse parte di un piano, un piano come quello che fanno i rapinatori nei film.

Che il film sia la mia vita, e per viverla comodamente io mi sia fatta questo piano, di cancellare il coraggio.

Cancellando anche le possibilità.

Ecco.

Cosa ho dimenticato stamattina.

Devo averlo lasciato da qualche parte.

E poi, devo dirtela tutta, sono tornata a casa piangendo ancora.

Non era un pianto di disperazione, nemmeno di gioia.

Era un pianto di una come me che ha capito cosa ha dimenticato.

Niente di importante, Sara, solo volevo dirtelo. Che mi mancano quegli anni in cui io e te avevamo coraggio.

Me li ricordo.

 

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