Unghie rosse

Accendeva lanterne cinesi, seduto alla fine del molo, una alla volta, salivano nel buio della notte, fiamma incerta, rotta insicura, sullo sfondo tutta la paura del mare di notte, nero.

Sono stufo della pioggia, sono stufo della vita, sono stufo dei ricordi.

Aveva detto a un pescatore, che ne più ne meno gli aveva chiesto:

che cazzo fai sul molo di notte, balordo?

Si vede che il pescatore non aveva capito. Tanto che se ne era andato. La gente di mare, quando non capisce le cose, scivola via. E’ una cosa intelligente, che evita il fastidio di doversi fare altre domande. Scivola via, come le giornate troppo belle, come le soddisfazioni, la gente di mare, come il mare, forse.

A volte fumava la pipa. Sughero e radica, manifattura di un vecchio artigiano del nord, vicino al lago più inquinato del Paese, era una pipa che dava malinconia e inverno, anche a fumarla d’estate.

A volte guardava le pietre dell’arenile, per ore, quasi volesse essere una delle reti lasciate dai pescatori ad asciugare.

In verità sognava.

Non erano veri e propri sogni.

Erano profezie sul passato.

Ricordava gli errori, ripercorreva le scelte, riusciva a dare i nomi alle emozioni, prevedendo poi finali differenti, che ovviamente non erano e non sarebbero mai avvenuti.

Adorante, un magro gatto del porto, si avvicinava quasi ad ascoltare quei pensieri.

I gatti, a differenza dei cani, non credono nel destino e nell’amicizia.

Ma questo non è argomento da trattare, ne qui ne con un gatto.

Non aveva soldi, se ne erano accorti i balordi scaricatori del porto, due lo avevano preso di peso e avevano cercato soldi e tabacco.

Trovando del tabacco.

Da quel momento, nessuno si avvicinava, quasi fosse un pezzo del paesaggio, un elemento del porto, o forse del mare.

Gli stranieri, quei pochi fuori stagione, facevano delle foto, lui non faceva niente per evitarlo.

Una sera un gendarme si era avvicinato più incuriosito che insospettito.

Dopo aver tentato di far domande, cadute nel silenzio come le briciole di pane sul filo dell’acqua, dopo aver atteso le risposte, aveva deciso.

Era diventato un clandestino, che viveva sul bordo del molo.

Aveva diritto di restare, perchè le leggi del mare sono diverse da quelle della terra, ma non avrebbe avuto diritto di alzarsi ed entrare in paese.

Due vecchie comari avevano iniziato a portargli cibo. A volte pane raffermo, a volte carne salada, che divideva con il gatto.

La voce era arrivata alla nuova maestra del paese, che veniva dalla città, che vestiva elegante, che con la sua bellezza aveva crepato più matrimoni di quanti muri avesse crepato la mitica tempesta del 37, quella, per la cronaca, che aveva distrutto l’arenile e mozzato il campanile.

Sara.

Si chiamava Sara, tutti la chiamavano Signorina Sara, le donne per invidia, gli uomini per speranza.

I marinai e i pescatori fischiavano, e lei sembrava rispondere con i fianchi che ancheggiavano facendo frenare anche gli aerei in cielo, con un movimento simile alla perfezione delle altalene.

Guidava una vecchia macchina azzurra, una giardinetta con gli specchietti cromati.

Ma questo non è importante.

Profumava di rose e muschio.

Questo è più importante.

La signorina Sara, sentito di questo clandestino che accendeva lanterne cinesi sul bordo del porto, la notte, fuori stagione, con vicino uno dei gatti del porto, aveva tenuto la medesima espressione che aveva durante il discorso precedente.

Che per dovere di cronaca era una accesa discussione sull’eventualità di riverniciare le tre panchine della stazione ferroviaria, sempre state verdi. Sembrava qualcuno volesse dipingerle di azzurro, un tocco di classe che avrebbe invitato molti più turisti a godere del mare, dicevano quelli che volevano proporre questa rivoluzione.

Si era abituata a questi piccoli problemi che causavano grandi rivoluzioni, la Signorina Sara, tanto da riuscire a continuare a bere il suo thè senza batter ciglio.

E senza batter ciglio aveva ascoltato del clandestino del porto.

Così una notte, era giovedì, aria fredda e un filo di pioggia, era scesa al porto, camminando raso ai palazzi per non bagnarsi troppo.

Aveva visto l’ombra dell’uomo.

E del gatto.

Il buio della notte, insieme al freddo, insieme alla pioggia, feriva come colpi di spada. Ci vuole un’intera estate per riprendersi da queste giornate.

Era arrivata sul ciglio del molo, a due passi da lui, che non si era nemmeno girato a capire chi stesse arrivando.

E senza guardarla aveva detto:

mi fai sentire nudo.

Lei aveva trovato una nassa, appoggiata a pochi passi, e ci si era seduta. Da lì poteva vedere il contorno di ombra dell’uomo, ascoltarne il respiro, ammirarne la strana bellezza, e imbarazzarsi liberamente per non sapere cosa si risponde.

Allora si era accesa una sigaretta.

Dicono che l’uomo per cui accendi sigarette può essere quello giusto, quello con cui bruciare, diventare cenere, come la sigaretta, come la vita, come tutto il resto. Non è una definizione bellissima di amore? Aveva detto lui con calma.

Non ho parole, non so cosa rispondere, aveva detto lei.

Io non sono mai stato l’uomo per cui una donna ha acceso sigarette. Ho avuto donne, molte. Ho dei ricordi, per questo, vorrei poterli appoggiare sulla tua gonna, perchè mi pesano da morire. Mi fai sentire nudo, quando mi guardi. E fumi per non rispondermi. Non è la perfezione più pura che ci possa essere?

Io…

Io.

Io, insomma, io sono scesa al porto per curiosità. Per istinto, forse.

Non ero pronta a questo.

Le tremava la voce, per il freddo, per il fumo, per quell’uomo. Per tutto.

Non rimandare questo viaggio, non lo fare, te lo suggerisco io che sono qui a dipanare ricordi che sono come matasse di emozioni, e che per questi ricordi ho rimandato troppi viaggi. Saranno stati poco importanti, dico io. Ma vedi, sono qui con un gatto, siamo soli in due, io e il gatto, clandestini, hanno detto, a dipanare matasse di emozioni. Questo mi permette di suggerirti di pensarci.

Aveva visto, lei, nell’ombra, un pescatore rientrare nel porto, sfruttando la corrente, senza rumore, senza luci, senza pesci.

Tu sei, vorrei non ti spaventasse, la mia libertà. Aveva detto lui.

Ed è comprensibile che un uomo abbia paura della sua libertà.

Gli uomini stupidi non ne hanno, di paura.

E’ meglio invitarla a sedersi, la paura, insieme a me e te. Si alzerà per tempo, lo farà sentendosi di troppo, fidati.

E sulla fiducia ti dico, lascia che ti parli Signorina, è una moneta che devi pagare, alla quale nessuno si abitua facilmente. Figurarsi tu, che hai fatto dell’indipendenza e di quel culo che sembra un rivoluzionario che combatte contro la legge di gravità.

Ecco, il culo te lo lascerò. E anche l’indipendenza.
Fa rima con il mio fumare la pipa.

Ma la fiducia si porterà poche delle prime notti in cui non sarai ancora abituata a questo mio amore, come le prime notti in barca di ogni marinaio.

Abbi pazienza.

Mi sento nudo quando mi guardi, e tu fumi per me. Per esperienza ti dico che l’amore, fatto così, dura una vita. Fidati.

Poi era rimasto in silenzio. Guardando il mare nero che si muoveva docile.

Lei aveva abbassato la testa, raccogliendola tra le mani, unghie rosse lucide.

Erano rimasti in questo silenzio quasi fino all’alba.

Una foschia straordinaria aveva coperto il paese, arrivando dal mare.

Un silenzio surreale.

Aveva smesso di piovere.

Erano fradici.

Lei aveva alzato il viso e aveva detto:

Ma il gatto lo teniamo?

 

 

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