Spara, se sbagli ci ammazzi

Racconto dove gli occhi sono la punteggiatura, dove si inizia con la fine e dove l’inizio è una domanda, una supplica. La fine, come dicevo, invece è un inizio. Non chiedetemi come sia possibile. E’ un racconto che è come i caffè pagati, un gesto per dire grazie, al mattino. Il sapore di questo racconto ha vagamente a che fare con le rose, anche se non sono assolutamente importanti. Non credo che il sapore di un racconto sia importante. Il tempo di questo racconto è tutto in una candela. Quanto può durare una candela? Se lo saranno chiesto, quelli che ci illuminavano per davvero la vita. Non ne ho idea. E’ durato tutto quanto dura una candela. Ho trovato le forze per raccontarlo su un vassoio di ceramica, color lavanda, insieme agli avanzi di una colazione, gli amanti non lasciano segni del loro vivere insieme, sono gli amori che lasciano briciole, perchè dovessero perdersi, ci si ritrovi seguendo il sapore conosciuto di una colazione fatta rapinando le ore e i minuti alla vita.

Non vorrei però vi distraeste

Epilogo

Ci sono cose che iniziano dalla fine, come il suo modo di ragionare, come il suo modo di osservarmi, selvatica, con le gambe raccolte tra le braccia, nuda su una sedia.

Questa storia inizia dalla fine.

L’alba.

I contorni, le ombre, il confine del freddo dell’alba d’inverno, appena fuori dal caldo del letto. Aprendo gli occhi ho seguito la forma, sinuosa, della sua carne, ascoltando il suo respirare lento. Mi sono avvicinato, come se in un letto ci fossero distanze incolmabili, quasi a scusarmi di non averlo fatto prima.

Le ho accarezzato i fianchi, caldi, la pelle liscia.

La pancia, i seni.

Hai una mira infallibile, le ho detto.

Credo di averle detto. Non sono sicuro di cosa le dico, sono sicuro che capisca tutto.

Ho desiderato fosse sabato, fosse un mattino senza fretta, ho desiderato fosse l’alba di un giorno in cui restare, fermo, ad aspettare ancora che questo suo essere mi stupisse.

L’alba, invece, di un dannato venerdì.

La Pancia

Ci sono racconti che hanno l’ombelico della storia in mezzo alle pagine, nella pancia, nei dettagli della storia. La pancia di questo racconto ha le linee definite di una pelle profumata, liscia, tesa. Sono rimasto fermo, a baciare la pancia, incapace di muovere le mani, come se tutto questo spazio fosse nuovo per me.

Fai di me quello che vuoi, mi ha sussurrato. 

Mi ha tolto i vestiti e la capacità di misurare il tempo, mi ha spogliato delle mie certezze, baciando le mie cicatrici con quel suo fare disinteressato, ascoltando il dolore che i miei occhi lasciano passare, senza dare nessun peso, lasciandosi toccare e guardare, come se fossimo da sempre nudi, uno davanti all’altra. Come se fossimo stati nudi per tantissimo tempo.

L’ombelico di questo racconto è nei dettagli.

Gli occhi. Hanno spento la città intorno, i suoi occhi sono piccoli, azzurri, cercano, anticipano, ascoltano, giudicano, reagiscono, graffiano, spogliano, costruiscono, distruggono. Fanno cose, a modo loro. Come se fossero la punteggiatura dei suoi pensieri.

Pronuncia il mio nome, per chiedere, per avermi vicino, lo fa come se lo facesse da anni, come se fosse scontato che io capisca.

Io capisco. 

C’è l’estate nei silenzi che ci lasciamo alle spalle, come fosse naturale rimanere in silenzio,come avessimo tutto il tempo, forse più di una vita. L’estate non ha fretta, come i suoi movimenti.

Mi mette in ginocchio, lo fa guardandomi, mi fa rialzare, lo fa sorridendomi. Fuori, in lontananza, la città e l’inverno.

Riconosco, ho memoria, la scienza esatta del suo piacere, come se fosse una materia che possiedo da anni. Eppure non ti ho mai vista, nuda tra le mie mani.

Eppure, ho la sensazione di volerlo fare per un tempo indefinito, questa cosa del vederti nuda tra le mie mani.

Ho paura di non essere capace di amare, forse ho paura di amare, forse ho paura di non sapere come amare, forse neppure cosa sia l’amore. Ho paura, le dico.

O forse lo tengo per me.

La pancia di questo racconto è tutta nel dettaglio di conversazioni che

forse

non sono mai avvenute.

Ma, lo so perchè c’ero, sono cose che ci siamo detti.

La osservo appoggiare i vestiti sopra la mia vergogna, mentre con i piccoli piedi affusolati sposta una pila di paure, problemi, incertezze, riuscendo a metterle lontane, fuori dalla luce delle nostre mani.

Prendi quello che vuoi di me, sussurra. 

Ma non riesco a sentire, non riesco a sentire niente se non il suo respirare. La cerco, mentre si addormenta. Forse non vi ho raccontato di come cammina.

Cammina come la sua anima le comanda di fare. Un disordine che sembra una sommossa popolare in un paese asiatico. Ecco come cammina.

Mi camminava incontro, a passo deciso, la prima volta che ci siamo visti. Mi ha camminato incontro incerta, sapendo di aver promesso un bacio, un baratro pericoloso, per tutti e due.

Io voglio essere il tuo primo pensiero, il tuo ultimo pensiero, ogni mattino, ogni sera, mi dice. 

O forse me lo hanno detto i suoi occhi.

Non riesco a raccontare del tempo, non ho idea di quanto tempo sia passato, se non di un’alba d’inverno. Non riesco a raccontare lo spazio, non ho memoria di niente se non della sua pelle. Niente di magico. Se le guardi la schiena ci puoi trovare il mare, e il suo culo assomiglia a quei panorami davanti ai quali vuoi svegliarti tutte le mattine. Ha le spalle che assomigliano al sorriso di un gigante. Ha il sapore del ritrovarsi a casa, l’odore della pioggia d’estate, un odore di ricordi e di libertà. Il suo sapore lo conosco, centimetro per centimetro, eppure è come se dovessi tornarci, per conoscerlo ancora, è come se non sia riuscito a fare mio il suo sapore, che è mio da sempre.

No, non è una storia lineare.

Non è il racconto di una notte, anche se è il racconto di una notte.

E’ un racconto che è iniziato dalla fine. Arrivato a questo punto:

respiro pace, mentre lei respira su di me. Per questo la tengo su di me. 

Come se la dovessi difendere, come se lei mi difendesse, uno non esclude l’altro, ma nessuno dei due ha senso senza l’altro.

Incipit

Ricordo di averle preso i capelli, guardandole la fronte. Che è come il cielo. Puoi stare distrattamente a guardare, trovarci anche dei significati, dei segni, dei ricordi.

Ero di quei bambini che guardavano le nuvole pensando ad altro.

Sono uno di quei bambini che le guarda la fronte pensando ad altro.

Ma.

Le ho detto:

Se vuoi sparare alla mia paura, prendi bene la mira, perchè se sbagli e si riprende, ci fa fuori, tutti e due.

Non sono certo di averlo detto. Sono certo abbia capito.

Non ha risposto. Non risponde sempre. Ascolta, ma non risponde, non come ci si aspetterebbe. Non risponde, ma non lascia discorsi sospesi. Non aspetta risposte, ma ascolta. E’ strano, ma è il suo modo di parlare.

E’ iniziato tutto così.

Se vuoi sparare, non sbagliare, ti lascio fare, credo sia la cosa giusta. Ma non sbagliare.

E’ finito dentro a un’alba.

Molte cose che

iniziano,

sembrano finire dentro a un alba.

Lei mi divora con lo sguardo, io resto impotente mentre mi imprigiona nelle sue parole, le lascia larghe, come se volesse dire se vuoi puoi uscire.

Un ciondolo a forma di cuore.

Lei appoggia gli anelli su una mensola, mi parla di lavoro, di rivoluzioni, di amore, di ricordi,di futuro.

Mentre, inavvertitamente, carica il fucile. Un solo colpo. Non si può sbagliare.

Io, fermo, nudo, aspetto, che spari.

Ho sempre avuto la certezza di voler essere presente all’omicidio delle mie paure, un testimone scomodo visto che le ho ospitate e sequestrate, prima che loro sequestrassero me.

Spara, se vuoi. Le dico.

Almeno credo.

 

All’alba, respiro tenendole i seni e le sussurro

Hai una mira infallibile.

Benvenuta.

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