Amore, morte e piccioni

Vestiva, preferibilmente, blu. Non credeva nell’associazione dei colori alle emozioni, non credeva agli oroscopi, dubitava molto dei preti, e a dirla tutta obbiettava anche sull’amore e le sue forme più spontanee di dipendenza.

Trovava piacevole il vento dal mare, ma solo d’estate, i panorami dei boschi, i bottoni colorati delle camicie, il morbido del cachemire sui seni nudi, i seni nudi in generale, i concerti caotici, l’estremo ordine degli accenti sudamericani, così scivolosi da lasciar sempre frasi a metà. Si innamorava di frequente, tra le cassette dei legumi e della frutta, dentro ai supermercati, osservando il verde perfetto di un avocado o le sinuosità dei broccoli. Forme e colori lo distraevano fino quasi a farlo innamorare sul serio. Trovava piacevole il vino rosso, i tappeti, i camini, le caviglie nude anche d’inverno, i numeri dispari, la pelle dei sedili delle macchine, i racconti americani, gli oggetti quadrati. Trovava piacevole fare liste di cose piacevoli, visto che le cose spiacevoli si affacciavano ingombranti alla sua vita, come curiosi piccioni sul davanzale.

I piccioni cagano, diceva sempre suo nonno paterno, uomo di mare e di saggezza umida come la terra a marzo.

I piccioni si cacciano via, come le cose brutte.

Nel vestire, teneva sempre conto della possibilità di incontrare l’amore della sua vita oppure dei piccioni. Per entrambi i casi, aveva fatto una scorta personale di camicie azzurre e blu.

Di fronte alla morte, ai piccioni e all’amore ci si fa trovare sempre puliti.

Che son cose che sporcano, la morte, i piccioni e l’amore.

Aveva passato del tempo, tredici mesi, a studiare la morte, i piccioni e l’amore.

Inizialmente avrebbe voluto produrre un lungo saggio, qualcosa di retorico e accademico, poi si era accorto di non riuscire a capire a fondo ne la morte ne tanto meno i piccioni e l’amore.

Allora aveva smesso di studiare e leggere, e aveva iniziato a segnarsi su un quaderno le cose che capiva e che non capiva.

Aveva capito che il problema della morte e dell’amore è il medesimo, è di chi resta, di chi rimane. Rimanere, dopo la morte di qualcuno, può essere un problema. Rimanere, dopo l’amore, può essere un problema. I piccioni non presentavano questo problema.

I piccioni, di fondo, non sono un grosso problema, comparato alla morte e all’amore. Ecco, la morte e l’amore erano così totalizzanti, così completi, così pieni, da far sembrare gli altri grandi accadimenti della vita trascurabili, come i piccoli errori grammaticali nelle scritte di un bambino. E’ tale l’emozione della scritta, la calligrafia tremante, gli spazi riempiti male, che si perdona tutto il resto.

Poi, seduto esausto e sudato, dopo aver salito a piedi un ripido sentiero, era successo d’estate, di mattina, non ricordava il giorno, aveva capito di avere una grande paura.

Naturale.

Dell’amore e della morte.

Fortunati gli uomini che non hanno paura di morire, di amare, di amare morendo o di morire amando.

Ma della fortuna degli altri uomini sempre meno gli interessava. Trovava già impegnativo occuparsi della sua, non aveva tempo per desiderare o invidiare niente a nessuno, se non, talvolta, alcuni azzeccatissimi accostamenti tra bottoni e tessuto, tali da far sperare in un risorgimento dell’eleganza, una rivincita del bello sul brutto, ma era un altro discorso.

Così si era rinchiuso in questa idea, non del tutto malsana, che fosse la paura a rovinargli l’idea di morte e di amore, offuscando la vista, come il fumo di un fuoco troppo vicino.

E da quel mattino aveva riposto l’idea di amore e l’idea di morte, avvolgendole in una calda coperta di dubbi, nella valigia delle cose da evitare il più possibile, valigia che portava sempre con se, l’assurdo di voler evitare cose che portava sempre con se.

Se evitare la morte era abbastanza semplice, nel breve periodo, evitare l’amore si era rivelato molto più insidioso. Sguardi morbidi di commesse e passanti, sorrisi ammiccanti di amiche e conoscenti, scollature offerte erano campanelli d’allarme che lo costringevano a rocambolesche fughe.

Si era abituato alla vita in questi termini, lasciando pochissimo al caso, perchè poi è caso che guida l’amore e la morte.

Consolidate abitudini, solidi rituali, certificate routine che lo proteggevano, insieme a una grande capacità di risultare antipatico e pungente, dalle circostanze pericolose.

Fino a una domenica, sul finire dell’anno.

Fermo ad osservare una triste giostra natalizia, in una piccola piazza intasata di bambini, mamme infreddolite, piccioni, sempre piccioni, e cattivi profumi economici troppo fruttati, troppo dolci, troppo pungenti, che rendevano l’aria simile a quella di un bordello caraibico, si toccava con indifferenza il primo bottone del panciotto.

Avere un panciotto era già di per se una bella sensazione, avere un panciotto con un bottone colorato, ruvido al contatto, asimmetrico, era una sensazione decisamente piacevole. L’irragionevole bellezza delle sensazioni, assomigliava da vicino alla nostalgia per le cose belle. Era malinconica ma molto dolce.

Tra la giostra e le vetrine illuminate di una sartoria, era comparsa lei.

Difficile dire cosa esattamente lo colpì.

Rimase paralizzato, confondendosi nella folla della piazza, guardando i passi corti ma decisi, sui tacchi alti e neri, l’ondulare dei ricci biondi, il sorridere camminando verso di lui, il cappotto che, come una cornice di legno pregiato, sottolineava quello che avrebbe dovuto nascondere.

La paura, prima di ogni altra cosa.

La paura di qualcosa per cui aveva già dato, morte e amore.

La certezza, appena dopo, di poter morire per una bellezza così, perdendo l’orientamento, come insenature di un’isola inesplorata, insidiose quanto pacifiche.

Tutti i ricordi, in un semplice giro della giostra, riaffiorati alla memoria. Il piacere della scoperta, il dolore della scoperta, il caldo della routine, il freddo gelato della routine.

Era rimasto immobile, indifeso, smarrito, davanti a un suo sguardo.

Ed aveva iniziato a parlare, sottovoce, quasi non volesse essere sentito.

“Ecco cos’è un tuo sguardo, il primo, letale, quindi l’ultimo. E’ una scossa elettrica, un’ascensore velocissimo che mi porta su, fino alla fine del cielo, è il canto di una sirena, anche se non lo ho mai sentito, è un lanciatore di coltelli che sfiora la mia anima, è una prigione che so di dover abitare, fino a farla diventare casa, casa mia, uno sguardo. E’ un portatore tibetano, che mi aiuta nello scalare la montagna dei tuoi fianchi, è uno dei migliori vini che io possa bere, lo so da me, non mi servirà di assaggiarne altri, è un letto di rose, petali e spine, è una fine che si traveste da inizio, è un film dal titolo inaspettato, è una danzatrice, che balla nella mia testa, senza smettere, con la mia musica preferita, e non ho ancora sentito le tue parole, è un panorama sconfinato, senza particolari, è una nuvola con una forma piacevole anche per un bambino, io sono un bambino davanti al tuo sguardo, io sono colui che vuole abitare questa follia, che ci vuole vivere e morire, io sono quello che ha tutta una vita per fare altro”.

Lei si era fermata, a meno di un passo dalle sue labbra, sorridendo, tenendo gli occhi fissi.

Sembrava ascoltare.

Sorrideva, maliziosa. Come se sapesse di essere la vita, la morte, l’amore, in una piazza fredda e piena di piccioni.

Lui rimase fermo, quasi svuotato.

Cercò il bottone, sul panciotto, come fosse un sostegno. Cercò di fare mente locale, su quanto blu avesse indossato.

E rimase lì, avrebbe potuto rimanere lì fino alla fine del mondo, quasi come questi capelli, questi occhi, questi fianchi, potessero cancellare la paura.

Ecco cos’era successo.

A dimostrare che non serve studiare niente della vita. Che le cose succedono come le maree, hanno un loro ritmo, una loro causa, una loro fine, ma anche un loro inizio.

A dimostrare che la paura non serve a niente, e a niente servono le parole.

E soprattutto, che il problema più irrisolto di tutti, a quanto pare, restano i piccioni.

E i dubbi.

Fastidiosi come i piccioni, tornano se trovano da mangiare, mangiano bugie mascherate da verità.

I dubbi.

Niente cancella i dubbi, nemmeno uno sguardo, nemmeno il fuoco dei capelli di una donna, nemmeno il freddo di una sera di fine anno.

Ma convivere con i dubbi è decisamente più semplice che convivere con la paura.

Sui piccioni, invece, non era ancora in grado di esprimersi definitivamente.

 

 

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