Le Pulizie di Natale

Alla fine, come tutti gli anni, ero finito a dormire dalla nonna, con l’immagine di mio padre a bordo del suo Peugeot azzurro che si allontanava nel traffico, l’odore di focaccia e la noia mortale di dover guardare la televisione nel lettone con nonna.

Sarebbe finita, questa anomala tradizione, verso i tredici anni, nel pieno del periodo di transizione tra i piacevoli giocattoli, tanto desiderati e pietosamente chiesti con sdolcinate lettere a Gesù Bambino, dalla calligrafia tremolante e con disegni imbarazzanti, e l’ingresso onorevole tra gli adulti, con i noiosi regali utili.

Calzini bianchi di spugna.

Mutande bianche di cotone.

Canottiere bianche di lana.

Un decennio davvero interessante, pieno di sfiga nel vestire, nel provare a limonare, nell’essere escluso da quasi tutte le feste, segnato dai calzini bianchi.

Era meglio la nonna, con quello straordinario odore di focaccia, di vecchio, di cipria e di piscio.

Con l’età adulta ero finito a dover fare i conti con due fastidiosi elementi: le pulizie di Natale e i peli impazziti.

Se con i peli impazziti ho fatto presto amicizia, usando una raffinata tecnica giapponese, ovverosia ignorandoli e lasciando che mi crescessero sulle guance e sulla base del mento una settantina di ispidi peli neri brutti come la povertà e ignoranti come il non sapersi rasare,  con le pulizie di Natale ho sempre avuto un rapporto psicodrammatico.

Odiavo il 23 dicembre, giorno ufficiale di inaugurazione del piano Marshall casalingo: spostamento dei grossi mobili, inclusa la libreria del soggiorno, smantellamento copriletti e coperte, inaugurazione ufficiale di tre catini pieni di acqua e ammoniaca, i vetri da pulire centimetro per centimetro, la gatta che curiosamente guardava il mio ardito coraggio di passare con la spugnetta ogni piastrella, ben sapendo che ci avrebbe pisciato sopra quanto prima.

Niente di preoccupante, i dolori dell’adolescenza avrebbero presto rimpiazzato il trauma delle pulizie di Natale nella classifica delle cose odiose della vita, parallelamente alla crescita di una più ragionevole peluria, con due anni di anticipo rispetto ai compagni, che mi aveva reso felice possessore di due basettoni molto british e di un pizzetto che riassumeva nel suo essere tutta la bellezza degli anni del grunge.

Mia madre girava per casa con un doppio grembiule, quasi a voler sottolineare l’importanza delle pulizie, mia sorella la seguiva con orrende tute di cotone, gli anni ottanta hanno tantissime responsabilità per quanto riguarda il brutto vestire, mio padre si armava di un vistoso cacciavite, senza specificarne bene l’uso, e girava per casa sostenendo di dover riparare cose. La gatta osservava compiaciuta, mia nonna si sedeva sulla poltrona in cucina facendo l’uncinetto, e io mi sentivo terribilmente estraneo all’ennesima liturgia famigliare.

Natale è una liturgia che non mi appartiene. Avrei dovuto capirlo fin dai tempi del doppio grembiule di mia madre.

Questo è un Natale particolare.

Non è vero.

Sono ormai sei o sette i natali particolari.

Come fosse una scadenza, un giro di boa, un necessario controllo, per verificare che statisticamente io non mi muovo di un centimetro dalla mia condizione, dalla mia scelta, da quell’idea del cazzo che mi è venuta di vivere fino in fondo, di provare a morire diverse volte, di saltare nel buio, di non ascoltare.

Ecco, Natale è quel cartellino che quest anno non vorrei timbrare. Preferirei fare le pulizie.

Che poi farò in ogni caso, ormai coltivo una piacevole e sfiancante ossessione per la polvere, non c’è momento che non guardi, anche solo con la coda dell’occhio, le tracce fastidiose della polvere che rimuoverò attentamente con un profumato unguento per legni.

Comunque, riepilogando, tra calzini bianchi e solitudine non so cosa sia peggio a Natale.

 

 

 

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