Ringraziamenti

La luce fioca di una candela, le ombre di forme che conosco, il freddo delle piastrelle, le luci rosse delle macchine fuori dalla finestra, musica a basso volume.

Niente di speciale, mi sono addormentato ancora sul pavimento del soggiorno, leggendo.

Sono arrivato fino a qui, sarebbe un peccato fermarsi, penso, stirandomi la schiena.

Devono essere le quattro, forse le cinque. Accendo la macchina del caffè, tiro fuori l’albume, l’avena, della bresaola, dei funghi, che sospettosamente tendono al giallo, bevo dell’acqua, mi siedo sul tavolo, gambe a penzoloni.

La solitudine di un uomo si osserva nella cucina e nel bagno. La mia cucina sembra un luogo di passaggio, una di quelle stazioni secondarie, poco arredate, ancor meno vissute, in cui il treno passa senza fermarsi.

Recupero dei vestiti, dal pavimento del soggiorno. Mi vesto senza guardarmi nello specchio, cerco le chiavi, esco.

L’alba, a un certo punto uscivamo dalla piccola casa al mare, per vedere l’alba, quasi fosse uno spettacolo unico, sapendo ci sarebbe tornata utile, tutta quella bellezza.

Si, mi torna utile, mentre cammino nelle strade buie, deserte. Inutile dirlo, è stata una pessima idea.

Ci convivo abbastanza bene, con le mie pessime idee. Rimpiango sempre meno, ho sempre meno nostalgia, mi compiango sempre meno, pagando il prezzo di dar retta a tutta una serie di pessime idee.

Mi fermo davanti alla scuola di mio figlio, si vedono le ombre delle piccole sedie, dall’altra parte della finestra, il giardino con i giochi. Respiro, cumuli di vapore, nuvole che si alzano veloci e poi spariscono.

Cammino ancora. Non ho un posto preciso dove andare, tecnicamente molti la scambierebbero per libertà.

Vorrei avere un posto preciso dove andare, una coperta da spostare, dei piedi affusolati, freddi, da sfiorare, una storia da raccontare per giustificare il mio ritardo, e una colazione da preparare.

Tecnicamente, molti la scambierebbero per schiavitù.

E’ che non sono incline ai piedi freddi, alle coperte, alle giustificazioni, alle colazioni, alle vite confuse, intrecciate. Non sono incline, non lo sono più.

Entro in un bar, ordino un caffè, ho lasciato la macchina accesa a casa senza poi farmelo.

Pago, guardando le monete che mi vengono date in resto come fossero tante, troppe.

Esco, camminando verso casa. Mi fermo quasi subito. E torno verso il centro.

E’ il momento di ringraziare e di congedarsi. Da molte cose. L’ultima pagina di questo libro, scritto da diverse mani, la mia personale raccolta di racconti, ha bisogno della sua chiusura.

Mi siedo alla fermata del tram, a fumare.

Mi capita, camminando, di ritrovare storie, pezzi di un passato che mi sembra un racconto lontanissimo, e di rimanere a osservare la strada, un palazzo, un giardino, un monumento, come fossero posti segreti che solo io conosco.

Non so se aver paura. Tecnicamente mi dicono sarebbe il caso di averne. So di essere stanco, so di essere in mezzo a una tempesta, forse un ciclone, tante grandi tempeste tutte insieme.

Mi aggiusto il cappello.

Sono pronto, Mio Dio.

No.

Non ad avere paura.

A stare dove sono.

Ringrazio con un cenno del capo. Mi viene sempre più spesso, di farlo.

Non ho paura di morire di solitudine, ho più paura di morire parlando da solo.

Mi spiacerebbe.

Non sono uno che ascolta.

Cammino verso la fontana. Accarezzo l’acqua gelata, tra poco dovrebbe esplodere l’alba. E’ ora di tornare.

Ringrazio. La lista di cose che ho imparato è lunga, scritta fitta fitta sulla mia pelle, sono uno che impara leggendo le cicatrici e non immaginando le ferite.

Ringrazio. E’ stato un anno indimenticabile. Quasi fosse un anno zero. Ricordatemi di ringraziare, se mai dovessi dimenticarmene, per tutta questa lunga lista di cose successe, un rosario di situazioni incredibilmente fastidiose, recitato in ginocchio davanti al destino che ridendo mi guardava.

Non ho bisogno d’altro.

Mi sono addormentato ancora solo.

Mi sono addormentato ancora nudo.

Sul pavimento, con un libro di Carver che ho deciso di rileggere, che non ho nemmeno aperto. Conosco il finale.

E non lo posso cambiare.

Sono uno che lotta per cambiare il finale, non per scrivere la storia.

Sono uno che si addormenta nudo, da solo, sul pavimento gelato.

Sono uno che se dovesse iniziare a piangere, farebbe annegare la città in un mare di lacrime, ma sono uno molto responsabile, per questo non piango.

Ringrazio, per tutto questo.

Sorridendo, mentre cammino vicino alle rotaie.

Perchè se non mi hai ucciso quest’anno, Dio Mio, non sarà facile uccidermi.

Osservo una vetrina, vestiti colorati, le mani dietro alla schiena, come un vecchio affannato.

E mi vengono almeno altre sei idee pericolosamente stupide.

Rido, non sorrido più, perchè so benissimo che le vorrò fare tutte e sei, queste cazzate.

Una dopo l’altra.

Ho detto addio a molte cose quest’anno.

Ma non al buon senso.

Perchè non ne ho mai avuto.

Torno a casa ridendo.

La mia personale celebrazione, il rito di ogni marinaio per sopravvivere alla tempesta, è sognare dei piedi freddi, di una donna di cui ancora non conosco il viso, o forse di una donna di cui già conosco il viso, un cane che vorrò chiamare Alfred, una vecchia macchina svedese, che vorrei grigia come il cielo d’inverno a Milano, e tutta la libertà di dormire nudo sul pavimento, per poi uscire, in piena notte a camminare.

No, non credo si sopravviva così alle tempeste.

Ma mi sembra un’ottima idea provarci.

Fidatevi, non sbaglio mai, a furia di sbagliare sempre.

 

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