L’Equilibrista 

Ho sentito dire molte cose strane sul conto di Ashley Rominsow, la prima delle quali che fosse stata mia amante. Ashley e io ci siamo conosciuti mentre scrivevo dei racconti per El Hefe, la rivista indipendente collegata alla rivoluzione dei fiori di San Francisco. È stata musa, Ashley, di molti dei miei racconti, e mi ha raccontato lei stessa, con i suoi capelli rossi appoggiati sulla mia pancia nuda nelle lunghe notti d’estate, la bellezza del silenzio e del vivere di respiri e attese.

Dicono che sia stata una delle mandanti della strage di studenti del Sacro Cuore, in quel dannato ottobre parigino di quasi trent’anni fa, ma ho certezza che non centrasse nulla e anzi, insieme a Wilson Bourdine, allora a capo degli Insorgenti, avesse fatto di tutto per evitare che anche un solo studente fosse ucciso in quella notte di assurda violenza. Andai personalmente a Parigi, partendo il mattino seguente ai fatti, prendendo un rumoroso aereo da Los Angeles, a prenderla negli uffici della Questura, trovandola distrutta dalle accuse ma serena in cuore, come solo l’innocenza sa essere.

I due anni seguenti sono stati forse i più difficili, prima in un cottage nelle campagne a sud di Londra, ospiti del mio caro amico Turstan. Mangiavamo formaggio e uova, al mattino, prima di uscire a camminare nella nebbia densa, ascoltando solo il rumore dei nostri passi sull’erba bagnata. Fummo costretti a spostarci per le insistenti pressioni dei giornalisti, che si fingevano fattorini, pastori, vecchie conoscenze, pur di scardinare quel viso pacifico e innocente.

Trovammo ospitalità a Cremona, presso una famiglia di conoscenti italiani, che ci diedero tutto il calore possibile e ci fecero trascorrere un’estate davvero unica. Andavamo spesso al mare, a bordo di una vecchia Fiat di colore verde, tanto brutta nelle forme quanto comoda all’interno. 

Ashley camminava sulla spiaggia al tramonto, mentre io scrivevo i primi capitoli del Silenzio Degli Angeli, non nascondo, prendendo molta ispirazione da quella pace così simbolica e forte da esser difficile da portare su carta. 

Tornati a casa, venimmo travolti dalle vicende delle elezioni, un lungo inverno di scandali e paura, in cui persi Ashley, troppo impegnato come corrispondente del Chronicles di San Diego. La rividi solamente al mio matrimonio, l’estate seguente, sorridente e spensierata. 

Alla nascita di Jacob, il mio primogenito, Ashley si presentò in ospedale molto provata dalle grandi fatiche del suo ultimo lavoro, uno spettacolo teatrale sulla Rivoluzione, che la portò con discreta fortuna a girare il paese per due anni. 

Proprio quando ero certo di aver perso le sue tracce, non sapendo di lei da più di quattro anni, ci reincontrammo a Orlando, durante una festa data da Lee Jackson in onore di sua moglie, prima donna eletta in Parlamento con un programma spiccatamente progressista.

Fu quella notte che Ashley mi confessò di voler partire per il Messico.

Non mi sorprese per nulla, due anni più tardi, trovarla in un notiziario sulle rivolte dei Caraibi, a capo di un gruppo di rivoluzionari colombiani che combattevano i cartelli della droga, la CIA e lo stesso governo colombiano. Troppi nemici anche per una leonessa, fu lei a chiamarmi da Panama perché organizzassi il suo rientro pochi mesi dopo aver tentato un golpe. Non fu facile, ma trovammo ospitalità a Cuba, presso vecchi amici. Furono mesi fantastici, i mesi in cui scrissi i Diari del Capitano, mentre Ashley insegnava inglese presso una Missione Evangelica semi clandestina. 

Dormivamo insieme nel grande stanzone che di giorno diventava l’aula delle sue lezioni. A volte mi nascondevo per ascoltarla insegnare. 

Lasciai Rose con una telefonata, spiegandole che il nostro matrimonio era giunto a un capolinea, omettendo di dirle che quel capolinea era stato raggiunto il giorno stesso delle nozze. 

Furono dieci anni intensi, spesi tra Cuba e Buenos Aires, con molte vacanze, senza mai uscire da quell’intreccio di Paradiso e Inferno che è l’America del Sud, dalla quale scappammo rocambolescamente.

Decidemmo di partire per Pechino, fu un viaggio lunghissimo, mesi di mare e treno, dannata la paura di Ashley per gli aerei.

Invecchiava diventando più bella, se mai possibile, di quanto non lo fosse stata da giovane. Capitava a volte che mi trovassi orgoglioso di notare gli sguardi degli uomini più giovani, appoggiarsi su di lei. Capitava, a volte, di ritrovarsi in una conversazione come non ci fossimo mai parlati, riscoprendo tutta la voglia di conoscersi che hanno gli innamorati al primo appuntamento.

In Cina lavoravo come corrispondente per un paio di giornali, scrivendo quello che potevo sulla Rivoluzione che ci costrinse a spostarci ad Hong Kong.

Comprammo una piccola casa, sull’isola, nel fondo di Hollywood Road, di fianco a una scuola inglese, nella zona dei trafficanti d’arte.

Fu proprio in quella pancia di vicoli che conoscemmo Brian Lin Hsu, del quale rimanemmo entrambi innamorati. E fu Brian a portare Ashley a conoscere l’arte cinese e la necessità di salvarla dalle brame del Governo. 

Dovetti tornare in California per pubblicizzare il mio ultimo romanzo, Carte dall’Oceano, e fu quello il viaggio in cui Ashley trafugò la maggior parte delle opere che poi rivendette al dittatore nigeriano O’Hara. 

La Polizia ci trovò in un motel, nudi e sospesi in uno dei nostri silenzi infiniti. L’audace fuga di Ashley è molto romanzata, perché in verità fu disattenzione di uno degli agenti che la scortava. La vidi personalmente scappare con un solo balzo sul tetto della stazione di servizio davanti alla Caserma. Io sorrisi, pur sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti.

I giornali parlavano della miracolosa fuga dell’Equilibrista, io non riuscivo ne a sorridere ne a piangere, mangiando ricordi e momenti, incapace di vivere.

Fu un anno difficile e vuoto, smisi addirittura di scrivere, fino a quando non ricevetti una chiamata da Nello, il nostro amico italiano, che quasi mi obbligò ad andare a trovarlo per le feste del nuovo anno, al mare vicino a Genova. La sua insistenza mi convinse.

Ashley si fece trovare alla piccola stazione, ancor più bella di come alla ricordassi. 

Decidemmo di fermarci, affittando sotto falso nome una piccola casa a picco sul mare.

Furono cinque anni che meriterebbero una storia a parte. Dell’amore infinito che la terra e il mare ci diedero, di come io e Ashley non avessimo mai smesso di dormire uno sull’altra, nudi. Delle estati che iniziavano a maggio e finivano a ottobre, delle persone che ci hanno accompagnato.

Ashley morì nel sonno a dicembre, dopo un giorno di inaspettato sole, poco prima che la Polizia avesse modo di trovarci, invitata sulle nostre tracce da qualche persona gelosa.

Ho sparso dei fiori in acqua, nel giorno del suo funerale, ho pianto fino all’arrivo al nostro appartamento ad Hong Kong, dove ancora vivo e scrivo.

Su Ashley ho sentito molte storie, la storia di Ashley è l’unico libro che non scriverò mai, perché il troppo amore mi confonde tutt’oggi.

Un’unica cosa: non fu mai mia amante. Gli amanti vanno e vengono, sono come un giorno di sole in inverno, momenti di trascurabile felicità.

Lei fu l’amore, nella sua più perfetta forma: in questo e solo per questo accetto di chiamarla Equilibrista. 

Perché solo un equilibrista può sopravvivere al circo di una vita insieme.

Ad Ashley, L’Equilibrista, firmato un uomo che solo alla fine si è accorto di essere la rete di sicurezza, in un circo che senza di lei non vale più il biglietto. 

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