Ulisse

Ulisse. Pelo ispido, bianco , occhi vispi, stava seduto sulle vecchie travi di legno ad aspettare. Ulisse stava passando la maggior parte della sua vita aspettando, spesso seduto con quel suo grosso culone, poco armonico rispetto al resto del corpo, slanciato, sulle vecchie travi di legno della cucina. A volte sotto la finestra che dava sul piccolo giardino, erba bruciata dal sole, terra, cumuli disordinati, la fotografia di cosa faccia il tempo unito alla distrazione.  Più spesso davanti alla porta d’ingresso, due grossi vetri, sporchi tanto da sembrare scuri, che davano sul viale.

La casa era alla fine del viale, alla fine della città, sembrava essere davvero alla fine del mondo. Verso i campi, prima che il fiume facesse quella strana curva, un angolo quasi retto, di legni e fango, la strada non era più d’asfalto, nessuno aveva avuto interesse per quella strada, nessuno avrebbe mai costruito quella casa, pochi l’hanno abitata, negli anni della guerra del Cotone, negli anni bui delle lotte, fino a oggi, fino a Vera.

Aveva scelto quella casa per la solitudine perfetta, per il disordine controllato dei campi, per il rumore del fiume, per l’oscurità totale che scendeva con il calare del sole, per le volpi che si vedevano al mattino presto, per l’odore di mare che, chissà come, arrivava dalla valle.

Era stata una delle poche scelte che Vera aveva avuto occasione di fare, e tempo per rimpiangere.

Era arrivata in quella casa giovane, con la sua valigia marrone, rovinata dalla pioggia insistente e dal tempo, due vasi e un cappello nero.

Era in quella casa da tempo, anni, senza aver ancora preso la decisione di andarsene.

Ulisse era arrivato la sera di Natale ormai di sette anni fa, sporco, piccolo, spaventato.

Era rimasto sporco e spaventato, per il vizio di buttarsi nel fiume appena poteva e per la diffidenza strana per un cane, ma perfetta per quel posto. Era cresciuto insieme a Vera, insieme alla casa, insieme ai silenzi.

Adorava, Vera, vederlo seduto, con il culone disordinato, davanti alla porta ad aspettarla.

Tornava al tramonto, guidando il furgone fino alla casa, lasciandolo aperto, prendendo le buste di carta marrone, con le cose da mangiare, lasciando appoggiati gli occhi sul tramonto dietro alla casa. Le sere di giugno, il sole incendiava il cielo, la casa sembrava sospesa tra fuoco rosso e terra nera.

Vera aveva conosciuto Hugo in città, di pomeriggio, mentre ordinava la cena a Tim, il vecchio droghiere. Si era innamorata di Hugo la sera stessa, mentre mangiavano la cena seduti sulla panchina davanti alla drogheria di Tim, dalla quale non si erano mossi per tutto il pomeriggio. Aveva deciso di lasciare che Hugo entrasse nella sua anima verso le quattro quando Hugo le aveva chiesto:

  • se mai fosse possibile, vorrei entrare nella tua anima, sedermi e guardare un po’.

Aveva risposto solo con gli occhi, socchiudendo la bocca.

Si erano baciati appoggiati al furgone, togliendo polvere dalla portiera, lasciando dita che scivolavano languide.

Erano corsi a casa, nella casa di Vera.

Hugo era stato il primo estraneo ad entrare. I suoi passi sulle vecchie travi di legno facevano un altro rumore.

Aveva accarezzato Ulisse. Aveva spogliato Vera. Era rimasto a dormire, si era alzato, all’alba, ed era andato via.

La sera, era tornato, portando una bottiglia di contrabbando, vetro senza etichette, delle verdure, del curry, zenzero, cannella, latte e biscotti.

Era, più o meno, iniziata così.

Erano stati giorni di silenzio, corpi nudi, piedi sulle vecchie travi di legno, il fiume che faceva rumore di notte, coprendo i loro respiri, le loro chiacchiere al mattino, i tramonti guardati insieme, appoggiati alla staccionata. Mesi, una stagione, due, ancora una.

L’autunno assassino aveva portato piogge e freddo.

Una sera, la terza settimana di settembre, Vera non era tornata.

Punto.

Aveva, la notte prima, pianto, appoggiata al petto nudo di Hugo.

Lo faceva, a volte. Di gioia, di ricordi, di dolore, senza mai spiegarlo del tutto.

Da quel momento, Ulisse era rimasto ad aspettare, sulle vecchie tavole di legno, seduto con pazienza.

Hugo portava tutte le sere nella casa un fiore, rosso come il destino.

Sedeva, facendo finta di non aspettare.

Aspettava, insieme a Ulisse.

Arrivato dicembre, si era detto, smetteremo di aspettare, andremo via, lasceremo questa casa e i suoi tramonti.

Dicembre era arrivato, nessuno dei due sembrava aver il coraggio di andare.

Come se non facesse differenza, andare o restare, perchè bisognava semplicemente aspettare.

 

 

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