Esiste la nostalcità?

30 Lug

Seriamente, uno a una certa età dovrebbe essere in grado di descrivere le emozioni. È un lavoraccio, ma sul lungo paga. Si evitano brutte faccende con parenti e amici, si sta lontani dalle pericolose scivolate sui prati dei sentimenti, si risparmia sui rattoppi di grezza sartoria nei recuperi delle relazioni.

Non dico affrontarle, saperle gestire, controllarle. Dico riconoscerle.

Ci avrebb evitato, l’onesta confessione di non aver letto il libretto di istruzioni delle emozioni, molte inutili sbronze, qualche superfluo pianto, e un sacco di pessimi pomeriggi.

Reputo maturi non coloro che gestiscono le proprie emozioni, popolo in estinzione, indios di una foresta tirata giù a botte di calmanti e sedute dallo psicologo, reputo maturi quelli che almeno le emozioni le sanno riconoscere.

Trovare le sottili differenze tra disgusto e rabbia, tra gioia e ansia, tra infatuazione e gelosia, saper leggere se stessi senza gli occhiali di qualche amico, quello è già molto.

Prendi me.

Camminavo su un prato sotto il sole cocente, tutto in regola per esser luglio, sinceramente un po’ stupito di trovarmi ancora in città, stanco di quella stanchezza primitiva, totale, che mi porto dietro da un anno.

Tutto nella norma.

Una ragazza in costume legge un libro. Capisci di essere me se cerchi di osservare il libro per capire di che titolo si tratti prima di notare il capezzolo destro fuori dal costume. Capisci di essere me, una volta notato il capezzolo, per averne apprezzato forma e colore. Una coppia di signore parla con voce bassa e ritmo serrato, quasi una nenia. Non ci sono bimbi in giro, la situazione è ottima per sdraiarsi e addormentarsi. Sento il bisogno di farlo subito.

Mi siedo. Guardò il prato come fossi un fotografo di quelli che vogliono prendere dei fili d’erba in primo piano e lasciare il verde sfuocato del resto del prato sullo sfondo. Foto da copertina di libri di catechismo.

Mi sdraio. Sento il caldo e la stanchezza. E una piacevole, nuova, solitudine beata e malinconica. 

Confuso dalla beatitudine incrociata con la malinconia, chiudo gli occhi e penso.

Oggi mi sento felice.

Oggi mi sento solo.

Oggi sento malinconia.

E vado avanti con circa una sessantina di emozioni primarie e secondarie, praticamente tutto il catalogo.

Ora.

O sono esaurito, probabile per il ritmo tenuto e gli eventi successi, ma non possibile visto che sono in buona forma mentale e fisica.

Oppure ho un problema di Panemozioni.

Le provo tutte.

E tutte insieme.

Non è che sono triste e poi felice, speranzoso e poi offeso, in vari momenti. Sono tutto tutto insieme.

Ripasso la giornata, dalla colazione fino al pranzo. Sono il cittadino invisibile, quello che nei film di New York passeggia sullo sfondo mentre i due protagonisti si parlano camminando a Central Park.

Ho fatto cose talmente anonime da sentirmi complice del fallimento del mondo. Tutte cose che non giustificherebbero le sessanta emozioni che provo parallelamente.

Ho letto molto, quantificando ho letto mediamente più di uno specialista, sul cervello e sulle emozioni. È stato bello farlo. 

Non avevo mai trovato un uomo che le provasse tutte, tutte insieme.

E pensa la fortuna del ricercatore: quell’ uomo sono io. 

Prendo le prime sei, per rilevanza, e le metto in fila. Sono tutte emozioni positive. E ruotano tutte intorno al mio delicatissimo cuore. Messo sotto scacco per più di un anno, insidiato e derubato, violentato e abbandonato ma anche coccolato e riverito, il mio fottuto cuore la fa da padrone. 

Respiro. Negli anni, attraverso i libri e le conversazioni con chi faceva finta di essere più stabile, ho capito una cosa. 

Si, faceva finta. Perché gestire le emozioni è un dannato lavoro sporco.

Comunque ho capito.

Sedici libri, sei tonnellate di carta, ore di filmati e audiolibri dopo, posso dirlo.

Sei in un problema emotivo? No, non te li elenco tutti per davvero. Ma se sei più intelligente di uno di quei graziosi topini che vendono nelle gabbiere durante le sagre di paese, hai avuto, hai, avrai qualche contraccolpo emotivo.

E non serve che tu ti faccia troppi problemi, e nemmeno quelle banconote da 20 che hai impilato sul tavolo dell’analista che hai trovato online.

No. 

Prima devi fare una cosa. Difficile, ma con il giusto allenamento fattibile.

Sdraiati e respira. Chiudi gli occhi, respira e dai un cazzo di nome a quello che provi. No. 

Non Dario, il tuo ex che ti ha riscritto da poco. Tu non provi Dario. Tu provi nostalgia forse. Forse malinconia. Ma non provi Dario. Tra l’altro Dario lo hai già provato e se fossi intelligente non lo riproveresti se non con un certificato che tutti quegli odiosi difetti siano effettivamente scomparsi, diradati, come i suoi capelli sulla foto del profilo di Facebook.

Sdraiati e respira.

Io lo faccio spesso, tutti i giorni. Funziona. Ci resti male, perché sognavi di avere problemi incredibili, emozioni uniche, sofferenze che solo tu potevi immaginare. Invece è tutto nella norma. 

I bambini sognano di essere speciali. Di avere emozioni speciali. 

Poi da adulti si rendono conto di essere pure troppo banali.

E tu non sei un bambino e nemmeno sei così speciale.

Io ci ho messo un po’ per capirlo e ancora un po’ per accettarlo, di non essere speciale. Ho sofferto, ho amato, ho vissuto come tutti. 

Ho solo un tempo di reazione differente. Un silente disagio, riconosciuto come disturbo della sfera emotiva, che amplifica le cose.

Le cose amplificate, di fondo, sono emozioni. 

Mi sdraio e respiro.

È difficile dirlo, ma sono felice di esser felice anche se sono malinconico e provo nostalgia, eppure ho molta gioia e stupida felicità.

O santo cazzo.  Ho tutto. 

All In.

Ecco, almeno tu ed io fossimo capaci di sdraiarci e respirare, per leggere il titolo della canzone che ci passa in testa.

Io ci sono, lo faccio. 

E dovrei anche andare avanti. A leggere questo spartito in cui le emozioni fanno da note e accordi.

Ma non ho una cazzo di voglia di farlo.

Quando sto così, vorrei solo dormire. Svegliarmi e prendere i pezzi che mi interessano.

Nah, la gioia è banale. Nel l’acquario della vita la gioia, per uno come me, è un pesce rosso. Io punto alla nostalgia, che si nasconde come una stronza nelle pieghe delle altre emozioni, ma che rimane una delle mie preferite.

La nostalgia mi fa scrivere e sognare, mi fa soprattutto ricordare. 

È adorabile,la nostalgia. Adorabile.

Se poi presa in massicce dosi con vino rosso, è uno sballo quasi come la birra con la codeina.

Mi arriva tutto addosso. Pensavo di scrivere, di leggere e di pensare a quella storia che sto scrivendo, che è facile di notte con gli occhi chiusi, andar avanti capitolo dopo capitolo, ma poi apro gli occhi e siamo sempre alla stessa pagina. 

Ho nostalgia di un sacco di cose e di una donna. 

È una cosa molto bella, suppongo.

È il desiderio di tornare, a quelle cose, a quella donna. Come fossero un porto di un isola, in cui poter attraccare. Ben consapevoli che, questo mi fa un po’ tristezza, è un attracco. Un porto. Non ancora una casa. Forse mai. 

Dovrei scriverci sopra.

Invece chiudo gli occhi e respiro. È ancora presto per dare un nome alle cose.

Esiste la felicità nostalgica? E la nostalgia felice?

Potrebbe anche essere la nostalcitià.

Oppure la felialgia. Anche se sembra un’allergia ai fenicotteri.

È una roba da godersi tutta. 

Questo lo so di mio.

Erano anni che non avevo tempo per 

Sdraiarmi

Respirare

E dare i nomi alle cose.

Infatti si è visto.

Sono felice. E anche altee sessantasei cose.

Ma almeno so di esserlo.

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