Sai cosa vorrei?(puttane a Sesto San Giovanni)

Odio guidare di notte.
Non era così.
Molte cose cambiano; le abitudini sembrano colonne di marmo indistruttibile, sono di pan di zenzero, come quelle delle favole, e bastano, a volte i morsi del tempo, per farle cadere.
Così è stato per il guidare di notte. E per altre cose.
Vado solo volentieri in moto, di notte. Per la città deserta o per le autostrade buie.
La macchina mi stanca come una lenta processione di vecchie paesane dietro alla statua della Madonna. Spero finisca il prima possibile, per farmi bere ancora un ultimo bicchiere.
Penso.
Non è una novità.
Ultimamente penso mentre dormo, se dormo, quando dio vuole che dorma, quando mangio, quando nuoto, quando corro, quando rido. Non piango molto, ultimamente, altrimenti potrei, suppongo, pensare anche mentre piango.
Penso mentre guido, anche se per correttezza è più giusto dire che guido mentre penso. Come se guidare fosse secondario.
Di fondo, lo è.
Potrei fermarmi a dormire, penso.
E’ tardi e non ho niente ad aspettarmi.
Se non un’altra, terribile, domenica.
Guido, perchè noi di famiglia siamo così. Andiamo dritti verso il merdaio, quasi a vedere che sia davvero lì, per poi lamentarci come i marinai si lamentano del mare mosso, senza troppa convinzione, perchè è parte del dare avere della vita.
Pensavo a cosa vorrei davvero.
E’ come se avessi smesso, per una lunga e complicata serie di ragioni, che poi la ragione non sono mica sicuro stia così tanto tutta in quel modo, come se avessi smesso di sognare.
Uno il fondo lo immagina come un piccolo posto, stretto, buio e umido, giusto largo come i piedi di traverso, come un pozzo.
Per dire, giusto per dire, ho toccato il fondo, ma poi risalire subito.
Nah.
Il fondo è una valle, abbastanza lunga, buia e vasta.
Ci si abitua, come creature di un romanzo fantasy, al buio e alle rocce umide, e si impara a non scivolare, e a camminare. Mai smettere di camminare. Perchè la valle, prima o poi inizierà a risalire, e con lei tu.
E’ che sul fondo smetti di permetterti il lusso di sognare.
Complice il buio.
Eppure i sogni migliori si fanno al buio, vero?
Esco.
Esco di colpo, la mia nuova macchina non tollera questo mio lato, questo mio modo molto orientale di guidare una macchina su strade occidentali. Decidendo all’ultimo metro di uscire.
Zona industriale, sabato, due di notte. Beh, due di mattina, ma allora è domenica.
Un’altra fottuta domenica, cristo.
Fermo la macchina davanti a un ingrosso di arredobagno.
Deserto, ci mancherebbe, ma con il parcheggio pieno.
A cinquanta metri due puttane, slave, alte, more. Più in là un baracchino che fa panini, una volante dei Carabinieri parcheggiata, gente che gesticola.
La mia periferia.
Respiro. Scendo.
Cammino nel parcheggio.
Sai cosa vorrei?
Vorrei tornare in una casa, fatta dei miei libri e del tuo disordine creativo, che mi fai trovare le mutandine appoggiate sul mobile all’ingresso. Uno stolto vede il disordine, io vedo un invito. Vorrei delle abitudini, il piacere di trovarle, svegliarsi un lunedì mattina ed accorgersi di avere delle abitudini, piccoli segreti urbani che solo io e te sappiamo.
Vorrei sdraiarmi nudo sul divano e aspettarti. Osservarti, spogliarti con gli occhi mentre tu lo fai, e stare nudi a parlare.
Vorrei arrivare in ufficio stanco morto. Lo faccio già, ma arrivarci stanco morto non per aver lavorato tutta notte, ma per averti accompagnata a un misterioso vernissage di quella tua amica lesbica di Parma, che a caso ci ha invitato alla sua festa di compleanno, in un posto di mare in cui non sono stato mai.
Non hai amiche lesbiche di Parma? Andiamo a farcene un paio, in senso lato, facendo un fine settimana a Parma, a camminare,  a mangiare, a conoscere lesbiche di Parma.
Vorrei che Novembre ci passasse addosso come una coperta, noi incuranti del tempo, il tempo incurante di noi. Non è facile, come progetto, ma è una prova d’amore.
Vorrei avere cura del tuo corpo, per vederlo invecchiare con il mio, senza aver paura di noi tra qualche anno.
Sono stufo delle promesse. Io voglio vederti invecchiare, perché vorrà dire che avremo molta vita di cui discutere.
Vorrei presentarti il Piccolo. Lui è me, solo con molti anni meno, molti difetti meno, molti capelli in più e quel culo piatto, che sembra un nostro marchio di fabbrica.
Vorrei tu gli volessi bene, lo amo io, non lo devi fare tu. Tu devi amare me.
Mi permetto, non dall’alto dei miei trentasette anni, ma dal basso dei miei ultimi due anni, di suggerirti l’amore, come risposta. Non a tutto. Come risposta a me.
Tipo che al telefono, quando ti chiamo, rispondi: amore!
Questo mi basterebbe, come inizio.
Noi che l’amore lo abbiamo fallito, ucciso, sepolto, resuscitato, colpito, stupito, distrutto, offeso, leccato, rispettato, dimenticato.
Noi che l’amore è la cosa che ci fa più paura al mondo. Noi che solo la parola noi, a volte, ci fa una fottuta paura.
Noi che l’amore è una cosa talmente lontana, da sembrare sicura, che ne so come gli squali in Sud Africa. Sappiamo che uccide, ma è lontano, anni luce.
E non può che essere un pericolo remoto, qualcosa di ostile al mondo, come tante altre cose.
E ce lo diremo, mentre inavvertitamente ci amiamo un po’, sottovoce.
Ti cerco tra la gente, sai? Perchè immagino sia stupendo averti con me, quando pranzo stanco morto ad Hong Kong, in quel buco tra un centro massaggi e un cinema, che adoro. Perchè immagino che alcune cose, se fatte con te, valgano la pena. Prendi Pisa. Io ci sono stato. Tu? Pisa mi è inutile. Lo è stata.
Magari con te è stupenda.
No, non ti cerco tra la gente che sto male se non ti trovo. Ti cerco che mi piacerebbe tu fossi con me, metti stasera, metti tutta questa strada, metti le chiacchiere, metti i baci, metti tu che ti addormenti mentre guido. E io che rido. A vederti dormire.
Ti ricordi come si fa?
Eri tu, nascosta tra le grinze di un sogno, qualche notte fa, ad avermi fatto svegliare ridendo.
Per questo, qualche giorno, non tutti per forza, vorrei svegliarmi con te. Ridendo.
Assomiglia, questa cosa dello svegliarmi con te ridendo, a un futuro che mi vorrei augurare, lo dico dall’alto della mia periferia, di sabato notte, da solo, sudaticcio e stanco.
Non sono pronto al mio presente, figurarsi al nostro futuro. Ma me lo auguro. Come quando mangi una Rossana, che sai che succhiando, prima o poi arriva la crema.
Mi siedo su un panettone, caldo come un panettone, sotto un lampione, a quattro lampioni di distanza dalla prima puttana. Non ho segreti per questa periferia, non ho paure per questa città, paure che questa città non conosca.
Tiro fuori un quaderno e scrivo.
Ti scrivo una lettera, anche se non ho ben capito se sia il momento opportuno per farlo. Sembra io non abbia diritto di farlo, sembra tu abbia il dovere di non leggere.
Eppure, mentre scrivo mi viene in mente il tuo sorriso, che è una medicina che conosco già adesso. Che mi cura, lo dico da ipocondriaco dell’amore, che mi fa tramontare la voglia di scappare, che mi calma i pensieri brutti, che mi fa venire una grande voglia di fare l’amore. Un sorriso.
Salgo in macchina.
Giro di notte, solo. In una periferia dove ci si sentirebbe soli anche in mezzo alla gente.
Mi fai sperare che sia tutto vero.
Era da tempo.
Che non ridevo guidando, intendo.

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