Pini Marittimi e diritto allo sciopero

Al momento la cosa, ovvero di essere al tramonto, sotto una felicissima brezza che in loco chiamano ponentino, vicino a un pino marittimo, in un angolo di surreale tranquillità, al momento la cosa mi sembrava anche discretamente piacevole. Insomma, allentare la cravatta, sedersi sulla panchina, aprire il pc e togliersi le scarpe. Il tutto ha una sua decisa vena poetica. A rovinare il picco poetico è la drastica estensione urbana dell'Urbe, per cui la definizione di "ti ho preso un hotel a Roma" coincide con il nordico "ti ho preso un hotel in Lombardia". Solo che, l'Eterna Città, a livello di infrastrutture di trasporto non è proprio al passo con la sua estensione geografica. Rimane molto di moda il taxi, quivi chiamato tassì. Davanti a Termini, mischiato a una festosa folla di americani armati di zaini sproporzionati rispetto ai bovini corpi, mi rendo conto che i taxi sono quasi cento, gli esseri umani desiderosi di entrarvici più di mille. Il mio non è un cervello matematico, per cui io non ricevo prontamente l'informazione che cento taxi, mille persone, statistica di due per taxi, con margine di tolleranza, diciamo che avanzo un paio d'ore buone d'attesa. Di contro il mio cervello è molto pragmatico, quindi ricevo subito l'informazione: "pizza e sigaretta". Salendo di grado nella scala gerarchica dei frequent flyers, subisci una media di otto cancellazioni per sciopero, sei o sette per misteriosa sparizione del mezzo di locomozione (l'aereo ha un problema tecnico a Francoforte, per cui non atterrerà a Barcellona per portarvi a Milano. Oppure, il treno non può partire perchè le toilettes non funzionano), e una decina di pesanti ritardi (pesanti significa più di quanto tu possa sopportare dopo anni di ritardo, ovvero superiori alle sei, sette ore). In questo dedalo di ostacoli nel tuo viaggio da A a B, hai imparato, in quanto Frequent Flyer, che ognuno di questi gravosi problemi comporta una prima reazione sciocca e bovina degli esseri umani coinvolti. Restano tutti in gruppo, guardando la fonte del comunicato (la hostess, il tabellone, un cartello scritto a mano). Quelli sessualmente insoddisfatti iniziano poi un vociare aggressivo, che non ha nessuna utilità ma li fa stare molto meglio. Poi, tutti, tutti intendo tutti, si rendono conto di dover soddisfare i bisogni primari. Risultato: completa sparizione di tutte le cose commestibili e ragionevoli nel raggio di duecento metri dall'accaduto. Ergo, taxi, coda, no taxi, pizza. 

Mangiando una pizza, fredda, elastica come un tendine e grassa come un mese di McNuggets Menu, ho pensato al diritto di sciopero, alla classe dirigente, alle puttane di Berlusconi, alla mia camicia bianca e alla pericolosa vicinanza del pomodoro industriale e a chi cazzo chiamare per tirarmi fuori da qui. 

Al tramonto, seduto su un prato, con il pc ormai scarico, il tabacco finito e una grande fiducia nel mondo, continuo a riflettere sul senso degli scioperi.  Mi piacevano molto quelli anni settanta, quelli incazzosi, dove, cazzo (che bello dire cazzo), si bloccava una fabbrica. Fanculo alle vostre Lambrette 125i, noi non ve le facciamo più. Perchè anche noi abbiamo diritto alle Lambrette 125i. Mica che, noi che le facciamo spaccandoci la schiena otto ore al giorno, non possiamo permettercele. E nemmeno il frigorifero e la lavatrice. Cazzo. 
Allora si trattava. Per avere più diritti, più diginità, più soldi. In fondo per avere quel benessere che si produceva. 

Ora, lungi da me e dal mio stanco corpo dare opinioni, pareri e giudizi sull'odierno sciopero generale. Mi manca la cognizione di causa. 

Mi piaceva la lotta degli anni 70, perchè quelli erano gli anni in cui si lottava per qualcosa di migliore domani. Oggi è una merda, ma se ci mettiamo tutti insieme, domani potrà essere migliore. Per noi e per i nostri figli. 
Invece sento forte, esplosivo, corrosivo, lo strisciante dubbio della mia generazione: oggi è una merda, domani sarà una merda, per noi. Per fortuna non per i nostri figli, visto che non ne facciamo. 
Io adoro leggere il giornale. Di carta. E' questione di tatto, feeling e gesto. E sul giornale di carta, quelli che leggo io per lo meno, trovo sempre meno occhi per il futuro e sempre più occhi per il presente. 
Come se fosse che qualcuno non rema, qualcuno rema meno, qualcuno rema troppo e si incazza, qualcuno scende dalla barca, ma in fondo pochi sanno esattamente dove stiamo andando. 

E, ancora più preoccupante, pochi sanno dove vorrebbero andare. 

R.I.P. Sciopero Anni 70. 

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