So much to Say

Ci sarebbe troppo da dire. Ecco il punto. Arrivi fino in fondo alle cose, e poi ti ritrovi nel pieno di un piazzale di un autogrill, in una mattina in cui l'aria taglia come un coltello, a guardare un punto remoto oltre la ferrovia. La nebbia quasi nasconde la palla rossa che dovrebbe essere quello che rimane del sole d'inverno nel milanese. La prima sigaretta della mattina è sempre una sveglia troppo forte. Quando smetterò di fumare, giuro che lo farò, non smetterò certo di fumare la prima sigaretta della mattina. La chiamerò "l'ultima sigaretta della giornata" e mi godrò l'aspro, odioso, grumo d'aria calda che trapassa la gola. Non che guardare le ferrovie dagli autogrill sia un alibi sufficiente per lasciarsi passare la vita addosso, ma ci sono certi momenti in cui è decisamente meglio fermarsi a fissare un punto indefinito e lasciare che esca tutto. E' un modo come un altro per risparmiare sulla psiconanalisi e spendere quei soldi in modo diverso. Magari una sana botta di shopping compulsivo, che poi al maschile si traduce sempre in camicie azzurre su misura e maglioni scontati nel prezzo, nel colore e nel loro infeltrirsi appena vengono avvicinati alla lavatrice. Magari un sano bicchiere di rhum in un bar infilato in un vicolo di qualsiasi città, lasciando la mancia e un dito di rhum, perchè l'anima passa sempre a riprendersi l'ultimo goccio dei suoi vizi. In fin dei conti, alla voce "buttare via soldi per compiangersi", la psicoanalisi rimane il modo peggiore. Ci sarebbe troppo da dire è il titolo di quello che vedo oltre quel punto indefinito vicino alla ferrovia. Ho trent'anni più uno, ho una casa, che è un luogo interiore, ma ci pago un gran mutuo emotivo che mi costa sangue e fatica ed è quasi peggio di un bilocale in centro, ho un lavoro, spesso io sono il mio più grande lavoro, ho una salute minata solo dalla mia ipocondria, ma soprattutto ho la capacità di trovare un punto preciso oltre la ferrovia e rimanere a fissarlo, disarmato, per quasi dieci minuti. Solitamente faccio il punto della mia vita in contesti che facilitino l'ottimismo sfrenato. Ritengo decisamente importante aggiungere che, nel mentre di questa delicata analisi, la mia mano destra tiene saldamente un erogatore per il diesel, infilato nel serbatoio della mia unica, inseparabile, anima di ferro. Mia sorella, con immancabile precisione, mi ha chiesto, come negli ultimi venticinque anni, la letterina a Gesù Bambino. Che è il suo codice personale per chiedermi che cosa voglio per natale. Che è l'unica mia valida alternativa alla carrellata di pigiami e libri strani, stock di calzini di spugna, mutande bianche e altri attentati alla mia persona. Per qualche minuto, dietro i miei occhi, sono balenati alcuni oggetti sospesi in un limbo verde. Una pipa, dei gemelli di madreperla, una cravatta, due tette, una spiaggia, tre libri, un quaderno nero. La prima volta che sono salito sulla mia moto, accarezzando il serbatoio nero e girando lentamente la manopola del gas, ho capito che non me ne sarei fatto nulla di tutto il resto. La prima volta che ho accarezzato la sua schiena, sfiorando le gocce di sudore nel caldo di luglio, ho capito che non me ne sarei fatto nulla di tutto il resto. La prima volta che mi sono trovato in piedi dentro un onda, con le montagne e il porto che mi venivano incontro, ho capito che non me ne sarei fatto nulla di tutto il resto. Pensavo di aver letto tutto dopo aver finito Kundera. Poi mi è successa la stessa cosa con Marquez, con Pennac, con Miller, con Fante e Buckowsky, con la Vargas, con Neruda e con Tropper, con Ferlinghetti e con Eggers. Poi mi sono accorto che non finirà mai, ma in fondo non cè un gran bisogno di altro. La prima volta che mi sono trovato a saltare dentro a un marasma di persone davanti a un palco, maledetti No Use for a Name, ho pensato che sarebbe potuto finire tutto lì. La prima volta che ho scritto una poesia, ho davvero finito di pensare ad altro. E un sacco di altre prime volte. In fondo, tutto quello che ho bisogno è di avere tutto questo. Di avere il mio corpo, e di aver smesso di aver paura di usarlo per ballare, cantare, scrivere, parlare, nuotare, correre. Di avere la mia anima, che crede che sia sempre tutto finito in un libro, in una canzone, in un dettaglio di uno sguardo, ma in fondo si aspetta sempre di essere davanti a una nuova prima volta. In fondo, forse perchè tante cose stanno cambiando nella mia vita, proprio mentre me ne sto a fissare una ferrovia da un autogrill, è inutile scrivere una lista di regali. Tutti questi natali, e le primavere che sono seguite, e gli autunni che sono arrivati, e le estati che sono piovute in mezzo, mi hanno insegnato a non aver paura di sognare. A non aver paura di chiedere. A non aver paura di avere paura.

Da fottuto egocentrico catto comunista, i regali che volevo davvero me li sono già fatti da solo, in fretta e furia. Perchè non saranno certo questi dieci libri e due cravatte a dare un senso alle persone che me li portano. E allora, benvengano i calzini bianchi di spugna, i pigiami immettibili e aderenti, i buoni per un week end di viaggio regalati a uno che si ferma solo il sabato e la domenica. E' la poesia degli occhi di chi me lo sta dando tra le mani, gli occhi che aspettano quella grande cosa che distingue un amico da un figlio di puttana, l'aspettarsi un dono ma non sapere cosa sia.

Ci sarebbe troppo da dire, quest'anno. E mai come quest' anno non ho voglia di parlarne. Dei miei desideri. Come se parlandone si potessero sgretolare.

Grazie del tuo regalo, che in fin dei conti sei tu.
Per quanto riguarda i calzini di spugna bianchi, non li metto più da quando ho scoperto che non si limonava nemmeno a pagare con i calzini di spugna bianchi. E adesso che spendo mezzo stipendio per una cravatta e un paio di gemelli, non metterò certo un paio di calzini di spugna bianchi. E non vado in nessun luogo dove i calzini di spugna bianchi si possano indossare. E ho una scarsissima considerazione degli uomini che vestono con i calzini di spugna bianchi. Anzi, direi che un calzino di spugna bianco potrebbe anche precludermi un rapporto di amicizia. In fondo, fosse per me, i calzini di spugna bianchi  potrebbero anche toglierli dal mercato. Ma poi verrebbero a mancare quei chiari segnali di distinzione tra una persona di buon gusto e una di pessimo gusto, come dei grandi, spugnosi, intramontabili, scintillanti, calzini di spugna bianchi.
 

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