Quasi Quasi Mi sposo

Ricordo di essermi alzato presto, ancora non faceva caldo. Il cielo non aveva l’ombra di una nuvola. C’era il silenzio che c’è ogni sabato mattina in centro città. Ogni tanto un tram, niente di più. Bevevo il caffè in mutande, appoggiato allo stipite della finestra, guardando nel vuoto. Ricordo di aver vissuto tutto molto lentamente. Di aver pranzato, contro voglia, ascoltando mio padre immerso in un fiume di ricordi. Di aver passato quasi mezz’ora a farmi la barba. Usavo la lametta come fosse la prima volta. Ricordo di aver fatto una doccia di quasi venti minuti, sentendo l’acqua tiepida sulle spalle e aspettando chissà che o chissà cosa.

Poi ho iniziato a vestirmi. Guardando le scarpe lucide, nuove, perfette. Tastando con le dita la camicia inamidata, giocando con i gemelli. La cravatta, decisamente troppo nuova per aver un nodo decente, decisamente troppo unica per essere mai rimessa, combatteva con il colletto. Sentivo le mani quasi tremare. Ma non sono mai stato meglio nella mia vita. Sentivo mio padre vicino, guardavamo la strada guidando piano, come se non ci fossero orari. Arrivati, ci siamo fermati a bere un caffè. Fumando, insieme, guardavamo la piazza, e i ragazzi che arrivavano per il sabato pomeriggio. Sentivo la camicia perfetta, il cotone pulito strisciare sulla pelle. Sentivo le guance lisce, guardavo le scarpe lucide. Respiravo profondo, aspettando. Guardavo mio padre, rasato, perfetto, ordinato.

Passava il tempo, però non passava mai. Fumavamo piano, ci siamo detti poco. I ricordi di mio padre erano i più belli che abbia mai sentito. Parlava di mia madre, sembrava fosse li. I suoi occhi andavano e venivano per la piazza, quasi cercandola. La voce si faceva lenta, le parole più controllate, il tono profondo. Un tiro di sigaretta, una lunga pausa, poi si è messo a posto la cravatta. Giocava con le dita tenendo il fiore all’occhiello, quasi accarezzandolo. Lo sguardo sempre fisso nel mezzo della piazza. Un altro tiro di sigaretta. Il rumore della carta che brucia, nella piazza tutta in silenzio. Poi un tram in lontananza. Il suo silenzio. Poi si è girato, mi ha guardato e ha appoggiato le mani sulla mia giacca. Sentivo il peso delle mani, aspettavo la leggerezza delle parole. Quasi sotto voce mi ha detto: "E’ stata la cosa più bella che abbia mai fatto".

Poi abbiamo finito la sigaretta, spegnendola insieme e giocando con la punta della scarpa. Ci siamo lasciati il tendone del bar alle spalle, e sotto un sole caldo e buono, ci siamo immersi nella piazza, camminando calmi.

"non è la prima volta che andiamo a un matrimonio", scherzavo. Lui rideva, poi ci siamo fermati. Guardando le colonne, il portone, i fiori, ho finito:

"ma è la prima volta che vieni al mio matrimonio".

Ridevamo, fermi immobili, come due cadetti in parata. Poi siamo entrati in chiesa.

Ed è stata la cosa più bella che ho fatto fino ad oggi.

Giusto giusto tre anni fa.

 

2 pensieri su “Quasi Quasi Mi sposo

  1. Anche mio padre dice la stessa cosa e anche in lui la cerca con degli sguardi intensi: tristi per la mancanza, e felici per ciò che è stato.

    Ci tenevo a condividere.
    BARbo

  2. Anche mio padre dice la stessa cosa e anche lui la cerca con degli sguardi intensi: tristi per la mancanza, e felici per ciò che è stato.

    Ci tenevo a condividere.
    BARbo

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