Letters from Neverland

Fratello,
ti ringrazio per la tua gentilezza molto yankee, per i tuoi modi cortesi e per l’inaspettato invito a cena che dimostra come tu non abbia la più pallida idea del fuso italiano, ne di dove si trovi realmente l’Italia. Per me, tra un paio d’ore possiamo fare colazione, ma so che per uno yankee hi tech un rifiuto di una cena informale è come una pugnalata alle spalle. E d’altronde come potresti sapere che una checca isterica mi ha rotto le palle per otto ore, complice una inaspettata quanto prolungata turbolenza, con urletti, sospiri e deliranti fraseggi sulla morte. Ho provato a prenderlo con la dialettica, sfruttando il piacevole effetto di un poderoso cocktail di valeriana e birra che mi faceva percepire tutto con una decina di minuti di ritardo, ma il nostro ha desiderato informare le ultime dieci file dello sgangherato boeing 767 che aveva paura. Si sarebbe potuto dire di avere a bordo il cane di Paris Hilton, solo un po’ più grosso. Spossato dai latrati ho riflettuto insieme a lui, per portarlo alle mie stesse conclusioni. Punto primo: sull’aereo ci sono cinque preti. Si può quindi affermare che Dio scarti l’ipotesi di abbattere un aviogetto si pericolante, ma pieno di ferventi missionari. Inoltre la Business Class e la First erano piene di panciuti signorotti con consorte. Il Dio Denaro difficilmente abbatterebbe una così consistente parte dei suoi adepti. Sul capitolo Allah andiamo sicuri, solitamente per occasioni simili ci tiene a organizzare party con molti suoi fedeli. Non rimane che il buon vecchio Bhudda, che in merito non si è mai espresso. La checca si è calmata solo grazie a un film con Hugh Grant, nel quale Hugh Grant faceva Hugh Grant che si innamora di una sfigata (ma figa) e che lo capisce tardi, poi la rincorre, poi si amano. Insomma, quel tipo di film che Hugh Grant fa ogni anno per tirare la fine del mese e pagarsi le nigeriane.  Per niente scontato, fortunatamente il film è stato interrotto dal video sulla compilazione della Carta Verde. Fratello, fosse solo per questo, sarei contento e riposato. Grazie alla liberalizzazione forsennata dei cieli, che tentiamo di imitare in Europa, ho passato un’altra piacevolissima ora a bordo di una bara di latta poco più grande della mia ventiquattrore in completa balia dei venti del Nord, diretto in questo ameno posto dove tu adesso mi vedi impegnato a tenere gli occhi aperti. Inoltre desidererei profondamente utilizzare l’ampia vasca da bagno che sorge nel mezzo della mia stanza per detergere questo stanco corpo con la vostra splendida acqua clorata. Essendo che Mon. Bidet qui non ha avuto un grande successo, mi vedo costretto a confermarti che necessito di parecchi minuti per la mia igene personale e che non ho nessuna intenzione di arrivare nel cazzo di posto dove tu hai prenotato con le ascelle conciate in questo modo. Ma tu sei troppo gentile, troppo cortese, difficilmente ti si può contraddire. Così mi ritrovo a bordo di un mastodonte alto come una villetta a schiera della Bassa Brianza, in processione verso la celebrazione di un qualcosa che saprà di cipolle, fritto, salsa tartara, aglio. Fortunatamente l’obesa che avevano appoggiato dietro al bancone della reception mi ha gentilmente indicato il distributore automatico più vicino alla mia camera, dove questa notte, o questa mattina, insomma fra un paio d’ore, potrò dirigermi per comprare un thè verde all’arancia con cannella e mango ma senza zuccheri per poi dirigermi in costume e infradito fuori dall’albergo per fumare una sigaretta, ben attento a stare a più di venti piedi dall’edificio, non sia mai. Fratello, grazie per la calda accoglienza. Finalmente mi sento a casa.  

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