In the bottom of the world

"Butto semi al vento, magari fiorisce il cielo"

Cor Veleno

Poche parole, molta pratica. Prima di partire è sempre così. Venti ore sopra il cielo, cinquanta ore giù per terra, venti ore per tornare. America a gettoni, periferie industriali, il brutto film a stelle e striscie non finisce in nessuna sala, ma è gratis per tutti quelli che lo vogliono andare a provare. Gesti automatici, bagaglio standard, piccoli pezzi di Italia, un pacchetto di aspettative da riportare riempito a dovere. E poi le nostre telefonate a scatti, mai nessuno dei due completamente sveglio. Cravatte, gemelli, cartine e tabacco. Libri, non sai mai quanti, perchè ci perdi sempre il sonno. Colazione con sorpresa, in un JFC sulla strada: il succo di mela che sa di succo di mela è un grande passo avanti. Come un santone, insonne e stralunato, al solo tuo passare si confermano ipotesi, si chiudono negoziazioni, si aprono finestre su mercati saturi, si stringono mani, si brinda all’accordo. Tu, che per il mondo non sei nessuno, sei tutto nelle tue cinquanta ore di celebrità: per questo non ci dormi, pensando a quanto sia brutto non dormirci. Il gioco ti riesce talmente bene che te lo fanno rifare di continuo, come un mago con il suo coniglio costretto a replicare all’infinito per i suoi bambini. Nel rispetto delle tradizioni, delle culture locali, dei popoli, i soldi parlano la stessa lingua. Venerdì ti aspetta un brindisi, due complimenti e molta invidia. Prendi tutto e porta a casa. In una settimana, 8.000 miglia premio, troppa nicotina, molta caffeina, e una fetta di rispetto a breve scadenza. Niente per niente, lo pensi sempre a 11.000 piedi da terra, quando l’Ipod stremato lascia il colpo e ti ritrovi a parlare di Dio con il vassoio del vicino, che russa, beato lui, dalla Spagna.

Intermezzo: con grande successo personale sei riuscito a evitare di partire il 9. Perchè, sorte infima, il nove di ogni mese tu sei almeno a 50.000 km da casa, e diventa sempre un po’ difficile brindare. Hai festeggiato la grande vittoria del Sud Africa a cricket, hai brindato con un soggetto molto originale per l’inaspettata sconfitta dell’Oman, sorridevi alla gente che festeggiava la vittoria sui Toronto Raptors, ma alla fine non eri mai nel posto giusto. E questo è quanto.

Di quel nove ricordo troppe cose, davvero. Sole, sigarette, scarpe nuove talmente lucide da riflettere, fiori, silenzi, lo sguardo di mio padre. Strette di mano, la voce che non usciva, chiesa piena e testa vuota, riso fiocchi e complimenti, scarpe abbandonate, perizomi scomparsi, cravatte lanciate, molto rhum e improvvisati sodalizi alcoolici. Pomeriggio, sera, notte, luna piena, candele e bon ton, vestiti firmati su scarpe da tennis. E poi mi ricordo di una macchina con musica balcanica, per colpa di un autista letterato e innamorato di un posto e della sua musica, di me e te a casa, finalmente. Ottimo inizio, davvero. Sarebbe un peccato festeggiarlo da solo in una reception a quattro stelle.

PS: fratelli, levo momentaneamente le tende, per via di una visita nella terra di Giorgio doppia vù, in una località segreta e raggiungibile a tratti dal telefonino. Pertanto siete autorizzati a sperare che io torni, organizzando baccanali e dubbie serate. Fate scorrere molto rhum, mi servirà sentirne l’odore.

4 pensieri su “In the bottom of the world

  1. ti penso così tanto, che quasi mi dimentico che sei in viaggio, e ti chiamo, e mi chiedo perchè il cell sia spento poi mi ricordo.
    ‘zzo!
    qst week ci sono giulia e luca. torna presto.
    pini

  2. Giulia e Luca,
    allora rimango in america con le mie vecchiettine e i tipi con la coda di cavallo.
    Stasera a cena via con la Rodeo House
    (son cose che ti rendono fiero di essere italiano)

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