Lotta dura – senza paura

Sono un reduce. Ritorno. Ma inizio il racconto dall’andata. Milano – Reggio Calabria 10 ore, con levataccia inclusa, sole primaverile in omaggio, furgone prossimo alla fusione, 13 autovelox sfiorati, 12 sigarette, 3 caffè, 2 pieni con pisciata, 1 litro d’acqua, 1/2 di spremute, due brioches e un dolorino alla schiena stile over 50. Non è colpa mia se più che un racconto sembra una ricetta, nulla si può aggiungere. Arrivo a Rosignano in pieno pomeriggio. Il paese è in pieno stile tunisino, con una casa su due abusiva, una faccia su due da galera, e un incrocio su due fatto con la consapevolezza di avere tutti gli occhi addosso. Albergo Vittoria, in perfetta ambientazione Abusiv, con muri a intonaco dubbioso, persiane chiuse da troppo e parcheggio fatto quando la macchina più grossa era la 126 turbo. L’occasione di tutto ciò è un Open House. Che non è una discoteca. E’ un modo educato per dire che si passa il week end a lavorare in posti variabili tra l’ inculoalmondo e alla finedelcielo. Obbiettivo: sfondare il mercato calabrese. Per l’occasione si mobilita un perfetto spaccato della classe imprenditoriale del nord, decisa ad esportare la new technology in un posto dove sarebbe già un successo se prendesse il telefonino. La camera da direttamente sul mare, a detta della pachidermica signora dietro al banco. Per i miei occhi da su una spianata di villette abusive. Il mare lo si immagina. Meglio così. I due giorni passano spediti, tra le solite 25 frasi fatte davanti allo stand, le 36 strette di mano a facce sconosciute, mangiate pantagrueliche in stile calabrese (la cosa meno piccante era il vino) e fine serata in reception insieme al resto del Nord Produttivo. C’è un vasto campionario di venditori: dal Marocchino da Bancarella al Figlio di Puttana Incallito, passando per il Trafficone fino al Laureato in Marketing. Tutti fanno il loro mestiere, compreso un simpatico terzetto di giapponesi dall’età indefinita, che maneggiano telecamere e monitor come antichi sacerdoti alle prese con il Graal. Giusto il tempo di smontare, imballare, etichettare e ripartire per l’ora di cena. Tappa prevista: Orvieto, poco sopra Roma, per nottata in motel da rappresentante con tanto di colazione di gruppo e arrivo in ufficio senza che nessuno abbia percepito la tua assenza. In verità perdiamo di vista l’aspetto più importante: quello che ci aspetta è un viaggio nello scibile umano. La Salerno-Reggio  non è un autostrada, ma un percorso di vita. Si parte con una splendida stellata costiera, ci si imbuca in un cantiere da 200 Km, corsia unica, infilati tra un tir e un pullman. Si chiacchera, si ride, si telefona. l’ora del primo caffè coincide con l’arrivo tra le prime montagne. Lo spettacolo è garantito. Neve ovunque, con particolare attenzione al manto stradale: assomiglia più a una pista di montagna che a un’autostrada. Mi adeguo allo stile boy scout e porto il furgone in prima. Ogni tanto metto la seconda per ricordarmi di non morire. Un cartello avvisa, o forse minaccia, che mancano 260 km a Salerno. La matematica diventa una opinione, non si fanno calcoli di tempo. Arrivo a un ottimo livello di tolleranza proprio nel momento in cui mi trovo davanti l’autostrada sbarrata. Per una manifestazione. Per solidarietà a priori con i manifestanti non commento a voce alta, ma immagino le loro mogli impegnate in scene hard con discreti mori superdotati. La deviazione procede verso le montagne. Statali anonime, Italia agricola e sconosciuta. Qui se ti fermi e chiedi se è arrivata Fastweb ti dicono che hanno solo l’Averna. Ci si ferma anche per una breve pennica nel nulla totale. Si riparte con una nuova deviazione. La deviazione della deviazione. La deviazione al quadrato. Tento di tenermi sveglio con delle domande a trabocchetto, ma per stanchezza mi svelo le risposte. Il gioco del quiz truccato mi fa compagnia fino ad Avellino. Che sapevo esistere solo per le figurine dell’album panini. Qui si torna in autostrada. Sono le tre di notte. Orario in cui fermarsi o andare avanti non fa nessuna differenza. Vado avanti fino alle lacrime. Mi fermo in un area di sosta. Mi addormento nel furgone. Fuori piove e fa freddo. Dormo quelle ore giuste giuste per riuscire a ripartire. Piano piano Roma. Poi Perugia. Quasi Firenze. L’Appennino sotto la neve è un gioco da ragazzi. Bologna, mi sento a casa, Modena, Reggio Parma Fiorenzuola Piacenza. A Lodi sono arrivato. 17 ore di navigazione. Arrivo in ufficio giusto tre minuti prima dell’appuntamento. Finisco che sono le sette e mi metto in macchina per casa. Ingorghi da città. Parcheggio di traverso su un marciapiede. Entro in casa e capisco di avere fatto molto di più di un Open House. E’ stata un’Ipotesi di Complotto. Trovo carino aggiungere, senza riuscire a trattenere un sospiro di sollievo, che è successo tutto veramente.

5 pensieri su “Lotta dura – senza paura

  1. meno male che ogni tanto torna anche il vero unico inimitabile titolare del blog!
    … qua non se ne poteva più di certi argomenti da spogliatoio…
    lanonima
    P.S. sto scherzando ovviamente!

  2. menomale che la mia fidanzata si è fotografata per tutta la sera, ora ho il telefono pieno di sue splendide foto, e non riesco proprio a smettere di guardarle…

    ah ah ah…

  3. Tu che una ragazza ce l’hai…perchè invece di guardare sul cellulare le sue foto, non provi a guardarla direttamente negli occhi esprimendo i tuoi sentimenti?? Non è che per caso ti piaccia più il cellulare di lei e questo sia solo un bieco metodo per mentire a te stesso??

    l.s. / e.P.

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